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mercoledì 22 ottobre 2014

«Le faremo sapere» - racconto breve

È un sonnacchioso pomeriggio qualunque di un giorno qualunque nella Millenaria Capitale. Ma mentre tutto il decadente Impero Che Fu anela disperatamente l'invasione barbarica che ponga fine alla sua insopportabile agonia, c'è un bugigattolo nel sottoscala di un palazzo immenso che ostenta con ingiustificata protervia le glorie dei tempi passati dove si sta decidendo la sorte di un manipolo di casi umani illusi di poter diventare qualcuno, da lì a poco.

Dentro è un tripudio di cravatte sgargianti con nodo Tecnocasa, abiti in finto acrilico che emettono scintille al contatto con lo sguardo, minigonne, tacchi vertiginosi, trucchi alla Pennywise e acconciature alla «No, Maria, ora però se Gennifer si ostina a farsi pagare le cene da Chevin senza nemmeno ventilare l'ipotesi di lasciarsi carotare la filippa sul sedile posteriore di un'Audi, io lascio lo studio e me ne torno a sudare sotto i bagnini di Ladispoli». Il tutto riveste alla bell'e meglio ascelle e inguini che in molti casi non vedono un pezzo di sapone dai tempi di Mauro Serio star di Solletico.

Fuori, invece, in un silenzio spettrale e pesante come afa ferragostana, un plotone di esecuzione di selezionatori annoiati di default dovrà lavorare alacremente per far sì che l'imminente decimazione in stile Cadorna possa continuare ad essere chiamata "casting" anche nel caso, improbabile ma imponderabile, di un'ispezione a sorpresa da parte dell'ONU.

Mi guardo intorno.

C'è la cicciona orrenda che però è solare e bella dentro, anche se il fuori è talmente agghiacciante che su di lei non infierirebbe neppure il fake di Gasparri su Twitter. Per farsi un'infarinatura sul modello proporzionale con sbarramento al 4% legge ogni settimana l'oroscopo di Rob Brezsny, sgranocchiando il Pil del Belgio in maritozzi.

C'è la barely-phyca dal culo di marmo, le gambe chilometriche, un paio di tette illegali in almeno 14 stati dell'Unione, gli occhioni da mamma-di-Bambie-un-attimo-prima-del-cacciatore e un visetto che, così, a occhio e croce, sotto gli strati di biacca spalmati con la cazzuola del babbo decoratore d'interni, sarebbe anche grazioso, non fosse che ora somiglia più a Moira Orfei quando insegnava agli elefanti di Annibale Barka a camminare in fila indiana su per il Monginevro. Lei non sa niente di niente su niente, ma è qui perché convinta che il suo profilo destro possa aprirle un sacco di porte. Così come l'ostentata dimestichezza con il lato delle scrivanie non esposto al sole.

C'è il piacione pettinato col grasso di balena, camicia aperta su petto villoso e un doratissimo Cristo Redentore dei Pettorali che annaspa nel suo Golgota ipertricotico, chiedendosi se una Passione sola non era già più che sufficiente. Lui è un veterano di questo genere di meeting, o almeno così dice alle barely-phyche che flappano le ciglia attorno a lui generando una brezza che sembra il mare a settembre. Lui spiega a tutti come si fa, come bisogna comportarsi, cosa bisogna dire, a chi bisogna sorridere e a chi fare la battuta ad effetto. Il fatto che, nonostante la sedicente pluriennale esperienza in materia, il Nostro sia ancora qui a provarci, indica chiaramente quale sia la mole del cumulo di stronzate che spara, ma il dubbio non passa per la testa a nessuno.

Di sicuro non al bracciante ripulito nel vestito della domenica che si meraviglia per le luci al neon e chiede se c'è anche Pippo Baudo.

E nemmeno alla desperate commessa Ipersidis alta un metro e un citofono (ma quello di una villetta a schiera) che vuole assolutamente dire la sua sulla Finanziaria. Perché lei i soldi veri li maneggia tutti i giorni, e parla con la gente. Che poi smazzi i resti di biglietti da 20 ed elargisca consigli su pomodori pelati e assorbenti, è un dettaglio trascurabile in questa sede dove nulla dev'essere ciò che sembra.

Tutti, un giorno, pretenderanno che lo Stato paghi loro una pensione sufficiente a comprare l'ultimo iPhone. E lo Stato acconsentirà a farlo, perché tanto i voti sono i loro e i soldi invece sono vostri.

Tutti, oggi, sono qui per il provino. Il PROVINO. PRO-VI-NO. Tre semplici sillabe che il 65% dei presenti non sarebbe in grado nemmeno di compitare correttamente, ma che solleticano corde la cui musica ammalia più del canto di mille sirene. E mica un provino qualunque.

Nient'affatto, signore e signori. Qui si cercano opinionisti. Gente chiamata ad elargire opinioni non richieste e del tutto irrilevanti su argomenti sconosciuti, dinanzi a milioni di persone che per ascoltarle attraverso un teleschermo pagano laute parcelle nonostante al baretto sotto casa si dicano cose molto più interessanti, e per giunta gratis. Non so se mi spiego.

Che cosa ci faccio qui? Beh, prima di tutto la disoccupazione è una gran brutta bestia, signora mia. Ti lascia troppo tempo libero per pensare alle tue miserie, e una volta che hai finito le lacrime in tasca, le birre sottomarca in frigo e gli argomenti di conversazione con l'amico immaginario, la vita si fa dura e la noia incombe. In secondo luogo, non sono poi tanto diverso dagli altri, eh. Il mio quid, anche qui in mezzo, si riduce a ben poche cose. Ho solo un blog, per esempio. Ma quello ce l'hanno anche le shampiste che disquisiscono di femminicidio e sperimentazione animale con tante maiuscole e punti esclamativi. Ah, e poi ho un pollice opponibile che mi permette di aggiornare il mio blog anche da mobile. Che, se proprio vogliamo essere pignoli, le shampiste sovente non hanno. Quindi uno ci prova. Mal che vada c'è sempre la birra sottomarca in frigo e tutto il resto.

Ora basta chiacchiere, però. Inizia il provino. Silenzio.


(Spigliato, naturale, telegenico, per nulla impacciato. 
Insomma, sono andato benissimo)

Com'è andata a finire, poi? Beh, più o meno come sempre. «Le faremo sapere».

Tranquilli, vi aspetto. Tanto non ho impegni, e il telefono è sempre a portata di mano. Ah, quasi dimenticavo... Complimenti per la trasmissione! Mia mamma la segue sempre, è un così bel programma.

Ps Comunque una delle barely-phyche ha flappato potentemente le sue bellissime ciglia grondando ammirazione nei miei confronti quando in una sola frase sono riuscito ad inanellare, senza nemmeno sudare, un periodo ipotetico dell'irrealtà e due subordinate.

Poi, però, siccome io tornavo a casa in treno, e un altro tizio invece aveva la Volvo Cabrio con proprietario della concessionaria ancora seduto sopra, non ho avuto l'opportunità di sublimare l'ammirazione in qualche altro bene di prima necessità con un filino più di mercato.

Pazienza.

Magari mi farà sapere pure lei.

giovedì 9 ottobre 2014

Conigli per gli acquisti


Ormai fare marketing sulle spalle di noi 30enni è diventato come sparare sulla Croce Rossa. O come picchiare un anziano che caga, se preferite i francesismi.

Fateci caso: da qualche tempo a questa parte sugli scaffali dei supermercati, nelle vetrine dei negozi, dietro i banconi dei bar, è tutto un fiorire di redivivi prodotti protagonisti della nostra infanzia, o della nostra prima adolescenza, e che ora vengono riproposti tali e quali come ce li ricordavamo.

E non è che ai direttori del marketing laureati alla Bocconi e MBAti Oltreoceano manchino le idee, nient'affatto. Anche se di tanto in tanto scivolano su vaccate mostruose come il Biscottone inzupposo (per l'amor di Dio, gente... Un po' di dignità!) sono più vispi e pimpanti che mai. Anzi, hanno avuto l'idea geniale: colpire duro là dove sai di fare più male.

Perché noi 30enni siamo una generazione in bilico. Senza lavoro, senza una casa, senza una famiglia nostra, senza grandi prospettive per il futuro, o comunque con una serie di brutte copie delle cose di cui sopra. E vedere una confezione blu mare di Yo-Yo che occhieggia dallo scaffale del Pam è come rannicchiarsi in posizione fetale sotto un piumone emotivo mentre fuori piove, fa freddo, tira vento e il meteo della sorte scatena il peggio del proprio tonante e lampeggiante repertorio.

È qui che ti fregano. Compri quella maledettissima confezione di dolcetti perché il tuo subconscio abbocca come un tonno alla mattanza di Favignana, convincendoti che con un solo morso di quel residuato gastronomico di un ventennio fa tu riacquisterai come per incanto tutta la felicità, la gioia e la spensieratezza dei tuoi 12 anni. Sbucciature sulle ginocchia comprese. Altro che marketing, gente: questi sono metodi da spacciatore di crack. «Fatti un tiro, bellezza. Sentiti qualcuno».

Si dirà: beh, ma se un dolcetto era buono per un bimbo di 20 anni fa, sarà buono anche per un bimbo di oggi.

Balle.

Ogni generazione ha la sua merendina preferita, perché di una merendina non è solo la crema e il pan di Spagna che mangi, ma lo status. Ieri addentando un Tegolino o un Cucciolone assaporavi il gusto del proibito, perché il più delle volte "facevano male ai denti" e la mamma era restia all'acquisto quanto a farti stare alzato dopo "Striscia la Notizia". Oggi, invece, di una merendina, si assapora il gusto della sibaritica consapevolezza che dopo quella ne potrai mangiare un'altra, un'altra, e poi un'altra ancora. A strafottere. Perché siamo qualcuno in base a quanto grossa la facciamo fuori dal vaso, bitch. Anche a merenda.

Ecco perché i figli del Nuovo Millennio sono fuori target per Winner Taco & compagnia bella. I bambini di oggi puntano ad altro. A cosa non so, ma il fatto che nessuno di loro si fiondi da Mediaword in cerca di DOOM II solo perché c'è da sparare a mostri alieni urlanti mi fa sospettare che nessuno di loro impazzisca nemmeno per le Girelle solo perché dentro c'è un po' di cioccolata.

È noi che vogliono, i bastardi. È al nostro magro portafogli con più biglietti da visita che banconote che stanno puntando. Perché sì, è proprio come per le tasse: saremo anche straccioni, ma siamo tantissimi. E fottutamente vulnerabili.

domenica 3 febbraio 2013

Django p' 'a capa

Mangiare pollo fritto è l'unico stereotipo sui neri che vi risparmierò nelle prossime ore
 
Anche a costo di scatenare l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, lo dico: a me 'sto Django Unchained ha fatto relativamente petare. Dico relativamente perché non tutto è da buttare, anzi. L'interpretazione di Cristoph Waltz vale da sola il prezzo del biglietto, e quella di Leonardo Di Caprio, forse uno dei più grandi attori che il cinema abbia mai conosciuto, sebbene si porti dietro come una condanna l'essere stato il belloccio di Titanic che poi alla fine muore, non è da meno.

Ma tutto il resto è tremendamente lassativo.

Django si potrebbe recensire con una sola parola: troppo. Troppo lungo, troppo cruento, troppo tamarro, troppo stereotipato, troppo inverosimile, troppo sopra le righe in ogni contesto. Troppo troppo. Ma siccome siamo su Internet e laggente vuole essere spiegata, andrò un pochino più nel dettaglio.

Mettiamola così: di solito, un cinquantenne in crisi di mezza età si compra la moto e la giacca di pelle. Quentin Tarantino, invece, ha scritto prima Inglorious Bastards e poi Django Unchained.
 
Sì, lo so, Tarantino ha diretto cose come Pulp Fiction, Le Iene e Kill Bill (roba che gli garantisce l'immunità diplomatica nei secoli dei secoli amen, anche qualora un giorno dovesse sequestrare un autobus di scolaretti e farsi saltare in aria investendo la Galleria degli Uffizi). Tarantino alla mia età scriveva la sceneggiatura di Natural Born Killers, e aveva fatto l'aiuto regista di Una vita al massimo (cit. il mio rude amico Paul Sabbathicus), mentre io mendico l'attenzione di qualche nottambulo della rete con un blog per mentecatti.  Ma perché approfittarsene? Perché farsi prendere dalla smania holliwoodiana di fare i film impegnati, per poi accorgersi che a te vengono meglio i massacri, e allora prima giri una specie di Schindler's List con le sparatorie, le coltellate gravemente invalidanti e le detonazioni e poi propini un remake di Continuavano a chiamarlo Trinità dove repentine eviscerazioni per lo più immotivate prendono il posto delle scazzottate con sottofondo degli Oliver Onions? Perché ostinarsi ad oltrepassare ogni limite del ridicolo, solo per il gusto di vedere quanto tempo passerà prima che qualcuno alzi la mano e ti chieda: «Mr. Tarantino, what the fuck 're you doin'?». Perché, Dio del Cielo, perché?

Lasciamo perdere il fatto che si ambienti un film qualche anno prima della Guerra di Secessione, ovvero nell'era delle armi ad avancarica e della polvere nera, e poi a un certo punto tutti comincincino a sforacchiarsi allegramente con carabine Winchester a ripetizione e Colt Frontier di almeno una quindicina d'anni più tardi. Pazienza. Questi sono dettagli su cui si può chiudere un occhio, specie quando devi portare in sala soprattutto gente che non saprebbe distinguere gli indiani di Little Big Horn dai giapponesi di Guadalcanal, visto che hanno entrambi gli occhi vagamente a mandorla e parlano con i sottotitoli.
 
Ma quando Jamie Foxx si dimentica che il quarterback ribelle di Ogni maledetta domenica è stato sì un bel personaggio, però che cazzarola c'entra con il West?, allora comincia a diventare troppo. Django sarebbe perfetto in una battaglia di rap contro il Dr. Dre, ma laggiù nel Montana tra mandrie e cowboys stona come un tizio in bermuda fantasia ad un vernissage del Rotary. Ti da sempre l'impressione che da un momento all'altro voglia montare le sospensioni molleggiate al cavallo, verniciare un bel paio di fiamme sulle fiancate e poi andare a fare "boing-boing-bella-yo-maddafakkah" per impressionare le discinte squinzie dei sobborghi di Inglewood, quelle che ti parlano alzando l'indice e roteando la testa nell'espressione di disappunto tipica delle minoranze etniche da telefilm. Persino lo sceriffo di Mezzogiorno e mezzo di fuoco risulta immensamente più credibile. Anche più divertente, santo cielo.
 
E poi, cribbio, CENTOSESSANTACINQUE MINUTI di film posso già digerirli a stento per un nanerottolo dai piedi pelosi che si accorge di avere i testicoli e butta la sorpresa del suo uovo di pasqua nel Vesuvio solo per far dispetto al cattivone con la congiuntivite, ma non certo per vedere te che liberi tua moglie dalle grinfie di quattro imbecilli sdentati che sparano come bovari. 
 
Signor Tarantino, la prego: si goda la meritata gloria rimorchiando vagonate di figa nei bar di Los Angeles, o trollando le giurie di ogni santo festival del cinema che Dio manda in terra nei quattro angoli del globo, ma non ci faccia più scherzi del genere. Lasci le vaccate ai registi italiani. Glielo chiedo in ginocchio. O finirà per dirigere qualcosa del tipo And they call it summer, magari con Rosario Dawson al posto di Isabella Ferrari. E allora sarà davvero troppo tardi.

domenica 27 gennaio 2013

Lo status di Facebook




Da oggi 27 gennaio 2013, nella mia piena capacità di intendere e di volere, e (purtroppo) potendo persino esercitare il diritto di voto al pari di tutti voi, nego a Facebook il consenso all'espianto dei miei organi a scopi ludico-ricreativi, ai sensi di una legge scritta in caps-lock e copincollata a casaccio dal blog di un tale che sniffa il sale da cucina e sostiene di parlare regolarmente con gli Uraniani e che, pertanto, secondo il non-statuto del Movimento 5 Stelle, è degno della massima stima e considerazione.

Invito altresì tutti i miei amici, nonché i loro parenti e affini sino al nono grado della scala Mercalli a condividere questo stato sulla propria bacheca, al fine di evitare spiacevoli conseguenze quali: otite, sinusite, orchite, udite udite, bauxite, temperamatite.

Uno vale uno, di 28 ce n'è uno, in garage c'ho la Uno. Fire. Del '92. Usata pochissimo. Telefonare ore pasti.

PS nel tempo che ho impiegato a scrivere questo status i nostri parlamentari si sono aumentati lo stipendio di quattro chiodi, un abbonamento a Mani di Fata e due figurine della Cremonese stagione '89/'90. Ma queste cose non le saprete mai dalle fonti di informazione ufficiale, cari i miei poveri stronzi.

martedì 28 agosto 2012

Un rutto vale più di mille parole



Dopo i blitz della Guardia di Finanza da Cortina a Portofino, a caccia di ferraristi con lo ski-pass e capitani coraggiosi con vascelli fantasma sconosciuti al fisco, il governo prepara il dispiegamento delle Fiamme Gialle dietro i distributori automatici delle bevande gassate.

Secondo il libretto rosso del governo tecnico, infatti, dopo il male assoluto della ricchezza personale viene quello del girovita abbondante. Chi vuole dissetarsi bevendo Coca-Cola, dunque, deve pagare l’accisa sulle bollicine voluta dal ministro alla Morigeratezza Gastrica, Renato Balduzzi.

E mentre la comunità scientifica si divide sull’impatto sociale della Cedrata Tassoni, i tecnici decretano che l’obesità dilagante è un peso troppo oneroso per le magre casse dello stato, e va arginata senza remore. Senza contare che tutti questi ciccioni in giro in Italia rischiano di farci fare una magra figura con i tedeschi, che giustamente vanno fieri della longilinea silhouette della loro Cancelliera.

Tempi duri anche per le gare di rutti tanto in voga tra i buontemponi sin dai tempi del liceo: da oggi potrebbero costare una verifica fiscale.

venerdì 24 agosto 2012

Klout, ho un disperato bisogno d'amore




Non abbiamo più alibi, ormai. Klout ha definitivamente smascherato la nostra vera natura di navigatori della rete: disperati narcisisti alla ricerca di quei quindici minuti di celebrità che Andy Warhol ci aveva promesso e nessuno aveva mai voluto darci fino all’avvento di Internet.

A sentire i suoi creatori, Klout dovrebbe essere un misuratore di influenza sul web. Attraverso un misterioso algoritmo (così efficiente che, a quanto pare, constringe i suoi programmatori a cambiarlo una volta ogni due giorni), valuta in una scala da 0 a 100 quanto una persona sia considerata in rete. Dove 0 è Giovanni che grida nel deserto e 100 è il jingle del Pulcino Pio. Non basta avere tanti amici su Facebook, migliaia di followers su Twitter, un sacco di spettatori sul canale YouTube per essere uno con la febbre alta su Klout: bisogna “influenzare”, per l’appunto. Ovvero dire, fare e scrivere cose che spinga gli altri a condividerle, a interagire.

La verità, a giudicare dai commenti degli stessi utenti, è che Klout somiglia più a tutt’altro genere di misuratore, tipo quei righelli portati di nascosto in bagno negli anni delle elementari per cimentarsi in una particolarissima competizione sportiva che non si può dire in televisione. Per questo sta facendo impazzire tutti quanti nella rete, compresi quelli che fingono di non badare al proprio livello di notorietà ma, in fondo in fondo, si sentono un po’ dispiaciuti se il loro numerino magico perde qualche colpo. Insomma, ammettiamolo: siamo stati fregati in tutto il nostro irrefrenabile bisogno di attenzione proprio dal software che invece avrebbe dovuto compiacerci mostrandoci tutta l’attenzione di cui godiamo.

E va beh, pazienza. Facciamocene una ragione. Siamo esseri senzienti che vivono nel costante bisogno di essere amati, apprezzati, sostenuti, considerati. Non è un delitto, in fondo, se ogni tanto ci accontentiamo anche di un surrogato del sentimento, o se integriamo con quello gli affetti veri. Klout è soltanto il nostro modo di gridare al mondo: «Ehi, mamma, guarda: senza mani!» anche a trent’anni suonati, con una famiglia, il mutuo da pagare e la ventiquattrore sotto la scrivania.

E allora grazie Klout, ché non ci neghi nemmeno da adulti l’ultimo giro sulla BMX.

mercoledì 8 agosto 2012

Sbiancaneve e lo zingaro di Snatch



L'idea di partenza era buona: trasformare una favola pallosa come quella di Biancaneve (una sorta di velina ante-litteram ammantata di una regalità esclusivamente dovuta alla schizofrenica araldica Disneyana, che deve riconquistare il suo regno facendo valere la sua dote più importante, ovvero essere la più figa di tutte, alla faccia delle femministe brutte, basse e pelose che si pettinano come Germano Mosconi) in un bel racconto gothic-noir-splatter-vieniquichetisbudello. Cacchio, l'idea era così buona che persino i Vanzina sarebbero riusciti a cavarne fuori un filmone da Oscar, anche lo avessero infarcito fino alla nausea di scuregge, puppappèra e malimortaccitua vari.

Invece no.

Rupert Sanders (e già da uno che si chiama come l'orsacchiotto di Stewie Griffin bisognava aspettarselo) ne ha sfornato una via di mezzo tra un monologo fuori sinc di Enrico Ghezzi e l'eutanasia praticata con un seghetto da traforo. Siccome menarla per 127 minuti (che sono poi l'equivalente di due ore e un coito medio, eh) con la storia di «Chi è la più bella del reame? Io, no tu, no, io, no lei, muori, no muori tu» era francamente impensabile, questo genio incompreso (persino da se stesso) del regista ha pensato bene di infilarci in mezzo tutte le copiature (pardon, citazioni) possibili e immaginabili da "Il signore degli Anelli", "Le Cronache di Narnia", "Avatar", "Un jeans e una maglietta" (vedasi a questo proposito il fratello della regina cattiva). Senza contare che ci sono più tempi morti in questo film che ne l'Intervallo della Rai con le pecorelle che brucano sul prato e le rovine greche sullo sfondo. Venendo ai dialoghi, c'è da dire che è stato un bel gesto farli scrivere ai ragazzi in riabilitazione dopo un incidente stradale. In fondo è anche con film come questi che si sensibilizza il pubblico sul pericolo delle stragi del sabato sera.

Ma la cosa peggiore (o migliore, a seconda del livello di masochismo del lettore) sono i personaggi. Che ora andremo sinteticamente a descrivere:
- Biancaneve: È la tizia di Twilight (e va beh...), la sua massima aspirazione artistica può essere solo diventare l'Asia Argento californiana, ha la verve recitativa del mio scaldabagno elettrico e la faccia di chi era andata al Sert a ritirare la propria dose di metadone ma purtroppo aveva trovato chiuso. Limona gente a casaccio senza sapere bene il perché, ed esorta gli uomini alla battaglia finale con un monologo che, più che somigliare a quello di Braveheart, come avrebbe voluto, sembra essere la giaculatoria di una beghina durante una messa di trigesima.
- Il Cacciatore: è lo zingaro di Snatch interpretato da Brad Pitt. U-GUA-LE. È sempre ubriaco, si esprime in modo incomprensibile, però non gli piacciono i coni e, quel che è peggio, non ha nemmeno i soldi per vivere in una roulotte.
- La Regina Cattiva: Si chiama Ravenna. E non faccio battute toponomastiche perché ormai le hanno fatte tutti quelli che hanno recensito il film prima di me. Ad ogni modo è una topa stellare anche con le rughe, e il fatto che debba uccidere della gente per rimanere tale e conservare il suo potere non fa altro che confermare quanto lei sia una persona migliore di voi.
- I Sette Nani: A parte che sono otto, ma poi uno muore e mette le cose a posto. Somigliano ad agricoltori del Midwest (manga loro soltanto il berretto della John Deer e le lattine di Bud schiacciate sulla fronte come ostentazione di virilità), si chiamano come agricoltori del Midwest (uno di loro si chiama Gus), parlano come agricoltori del Midwest (mancano solo gli appassionanti monologhi sul granturco), e hanno la vis comica del ministro Giarda quando si gratta le orecchie.

La cosa migliore di tutto il film è che a un certo punto a metà del primo tempo è partito il condizionatore del cinema (il motore di un vecchio B-25 Mitchell residuato bellico della II Guerra Mondiale riadattato alla bisogna) e il rombo ha impedito di comprendere fino in fondo i dialoghi. Ma temo che questo optional non venga offerto da tutte le sale, solo in quella in cui sono andato io. Se proprio dovete scegliere tra investire 7 euro nel biglietto del cinema o andare in ferramenta comprando l'equivalente in viti, consiglio la ferramenta. Anche ingerendole, le viti sono sempre la scelta migliore.

martedì 17 luglio 2012

Ciao Clarice, sono tornato



Che poi, diciamo la verità, non me n'ero andato via per davvero. Ero solo scappato su Facebook, questo luogo che attira le attwhore come il miele fa con le mosche, Winnie The Pooh e tutti quegli altri animali sporchi, brutti e fastidiosi. Del resto le ragazze frivole come il sottoscritto si lasciano sempre intortare dai lustrini, dalle luci lampeggianti e dai tasti con su scritto "mi piace". E poi, ma lo dico più sommessamente perché di questo mi vergogno, avevo anche perso la password.

Solo che poi arriva il momento in cui ti rendi conto di aver perso qualcosa di speciale. Tipo il tuo pensatoio (o ballatoio, se preferite) personale, il luogo dove potevi dire tutto quello che ti passava per la testa nella maniera che più ti aggradava, e per giunta con la possibilità di abbindolare ignari navigatori grazie a parole chiave che li attraggono alla maniera delle lampade al neon con le falene, Winnie The Pooh e tutti quegli altri animali sporchi, brutti e fastidiosi. Quali parole chiave? Bah, ad esempio sesso, porno, XXX, Sara Tommasi, Beppe Grillo, scie chimiche, bitartrato di fendimetrazina, e cose così.

Che cosa mi ha convinto a tornare? Lo so che non ve ne frega niente, ma se siete arrivati fin qui senza cambiare pagina disgustati non appena letto il titolo significa che ve la siete anche un po' cercata. La curiosità si paga, e il costo qui è che adesso mi state a sentire senza lamentarvi. Beh, dicevo, che cosa mi ha convinto a tornare: da qualche mese a questa parte alcuni pazzi sconsiderati mi hanno affidato nientepopodimenoche la gestione di una rubrica, "Bla Bla Blog. Il web che straparla", su un quotidiano nazionale, L'Opinione, dedicata, pensate un po'!, al magico mondo dei blog. Ovvero quel posto sopravvissuto allo tsunami dei social network dove si ritrovano i blogger, Winnie The Pooh e tutti quegli altri animali sporchi, brutti e fastidiosi.

Parlare della roba d'altri, peraltro notando quanto essa possa essere così tanto migliore della tua, mentre il tuo povero blog langue solo e abbandonato come un segretario provinciale del Partito Umanista, è una cosa che fa male al cuore. Poi pensi a quante idiozie scrivi abitualmente su Facebook, a quante ne condensi in 140 caratteri per fare il ganzo su Twitter e vedere in quanti ci cascano e ti ritwittano anche, e consideri che tutto sommato era meglio quando ammorbavi i tuoi lettori ben più prolissamente e per una causa più giusta: vedere quanto sale il contatore di ShinyStat e fare a gara con gli amici nerd a chi ce l'ha più lungo. Il numero, ovviamente.

E così eccoci qui. Di nuovo ai posti di combattimento. Per i vecchi lettori (o per il lettori vecchi, ormai, visto il tempo che è passato da quando il blog veniva aggiornato con un po' di costanza) è un benritrovati (risate di sottofondo). Per i nuovi lettori (sì, esistono anche quelli, del resto esistono anche i bonzi che si danno fuoco per protesta), ma anche per Winnie The Pooh e tutti quegli altri animali sporchi, brutti e fastidiosi, vale invece il disclaimer che campeggia in caps lock in fondo alla pagina. E dai che si riparte. Verso nuove mirabolanti sventure.

lunedì 28 febbraio 2011

The terminal






Risveglio. O forse sarebbe meglio dire rinvenimento. Buongiorno principesso. Che ore sono? Bah, forse le sei, forse le sette. E chi lo sa? Sono bloccato da ieri a mezzanotte all'aeroporto di Bucarest, perché sul volo qualcuno si è lestofanteschevolmente inguattato il mio portadocumenti. Con tutti i documenti dentro, of course.

E' accaduto tutto con l'ineffabilità silenziosa ed al tempo stesso solenne dell'Inevitabile: un attimo prima c'era, l'attimo dopo non c'era già più. Inutile lambiccarsi troppo sull'ineluttabilità delle cose passate, quando occorre raccogliere le forze per affrontare le complesse sfide di cui si costella ora il presente.

Devo aspettare le 9 perché dall'ambasciata un grigio burocrate qualsiasi, che ottimisticamente mi figuro più solerte e alipede di quanto non sia effettivamente plausibile aspettarsi, mi restituisca un'identità valevole per gli europei di Shengen. La mia e' stata una nottata pittoresca, trascorsa praticamente insonne in un luogo in cui transitano con disinvoltura varie tipologie subumane che avrebbero dato parecchi rimuginevoli grattacapi a Lombroso. Ora sto sorseggiando un caffè fatto con orripilanza tostata e macinata, polvere di scaffale di biblioteca e pelo di gatto, e sono in botta da after come non mi capitava dai tempi delle libagioni goliardiche o delle discoteche estive. Ho appena visto un tizio pagare una cocacola con millemila banconote da un milione di sesterzi romeni e sono perplesso. Ah, la barista non porta il reggiseno, ma ancora non sono riuscito a collegare questo dettaglio con il resto del Grande Disegno Universale che mi si dipana intorno.

I poliziotti di frontiera, un turno dopo l'altro, sono tutti estremamente cortesi, manifestano un'inusitata educazione nel blaterare borborigmi nello stesso inglese atroce che fino a ieri credevo essere mia assoluta prerogativa, e palesano una professionalità impeccabile. Mi hanno offerto un pusigno di fortuna con sandwich e acqua, di cui non sentivo la necessità ma che tuttavia mi ha rifocillato moralmente ben più di quanto avrebbe potuto farlo metabolicamente. Ligi al dovere, di tanto in tanto passano a buttare un'occhiata discreta alla mia persona, per sincerarsi che tutto proceda secondo il regolamento: ovvero che me ne stia al mio posto, senza dileguarmi alla chetichella nella nevosa notte romena, magari sublimando subdolamente come un panetto di ghiaccio secco sul palco di un concerto dei Kiss.

Nonostante le premure di cui sopra, mi pare di indovinare nei loro sguardi quei lampi di delusione di chi proprio non si capacita di come tu ti ostini a non offrire loro nemmeno la minima ombra di pretesto per farti legalmente gonfiare di randellate con lo spalmacrani d'ordinanza, che, già che è li', pagato da contribuenti ancora in convalescenza da decenni di socialismo reale, perché gli dobbiamo fare prendere la polvere, che è maleducazione? Saranno retaggi Ceauseschiani non ancora del tutto sopiti, o sarà il sottoscritto che interpreta erroneamente normalissime manifestazioni cliniche di congiuntivite e presbitismo come lampi di delusione. Sarà che la sonnanza ha già da tempo superato i livelli di guardia oltre i quali i manuali di sopravvivenza e Famiglia Cristiana suggeriscono di allertare la protezione civile e le dame di San Vincenzo, o saranno pure i Lou Dalfin che mi fanno compagnia dalle cuffie dell'iPhone, con virtuosismi di ghironda che male si amalgamano al contesto generale. Sara' quel che sara', ma io sono ancora qui con tutto il mio smarrimento esistenziale ad aspettare che si facciano le 9...

lunedì 24 gennaio 2011

Se non firmi non vale



La valigia sul letto è firmata Vuitton
e l'occhiale dorato che trasuda bon ton
con l'orgoglio guerriero del rivoluzionario
firmi un bell'elzeviro di plauso alla D'Addario

Ma l'exploit di eleganza con Battisti l'hai dato
e per Lula il Carioca l'appellino hai firmato
il compagno che sbaglia assassino non è
se di libri noir poi ne scrive due o tre

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
e del resto siglasti il tuo esordio da dotto
con la chiave katanga e la P38

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
dentro quella valigia
più di un morto ammazzato
non puoi insabbiare

Fa' alla storia una chiosa e rimescolala un po'
poi dichiara: "In Italia libertà non ne ho".
Perché quello che conta, tra il dire e il fare,
è strappare un assegno ad un altro editore

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
e del resto siglasti il tuo esordio da dotto
con la chiave katanga e la P38

Se non firmi non vale
non sei intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
dentro quella valigia
più di un morto ammazzato
non puoi insabbiare

giovedì 13 maggio 2010

Le ricette di suor Dina Zione - Frittatona alla Boia Vigliacca



Ingredienti per due persone affamate e senza scrupoli:

- 7/8 uova intere
- salame piccante o salsiccia napoletana a piacere (ricordate che tanto, prima o poi, la morte arriva per tutti, e non è nemmeno detto che i Maya avessero poi tutti i torti. Quindi, in fondo, che ve ne frega?)
- una presa di sale
- una ferma presa di posizione contro le dottrine Herbalife
- cipolla
- peperoncino

Tagliate il salame a cubetti, badando bene di non affettare nel contempo anche le vostre falangette. La loro inattesa presenza, infatti, oltre a condizionare il sapore del manicaretto, potrebbe inficiare sulla vostra capacità di seguitare nella sua corretta preparazione. Sottoponete allo stesso trattamento anche la cipolla. Non badate alla lacrimazione copiosa, a meno che questa sia dovuta all'incauta cesura delle vostre dita.

In una capiente scodella, procedete a rompere le uova, evitando possibilmente di rompere anche le palle. Accertatevi preventivamente della loro identità: se sono tozze, dal colorito verde-bruno, l'odore vagamente dolciastro, il guscio insolitamente morbido e coperto da leggera peluria, desistete: sono kiwi.

Con l'ausilio di una forchetta, un cucchiaio, un eripice, un protodeionizzatore quantico ad impulsi gamma/b negativi o un segretario provinciale del Partito Umanista, rompete i tuorli e mescolateli agli albumi fino ad ottenere un'amalgama uniforme. Nel caso i vostri albumi siano incompleti, chiedete le figurine mancanti a: Panini Spa, Viale Emilio Po, 380 - 41126 Modena, Italia, allegando il corrispettivo in francobolli. Salate a piacere.

In una padella dalle dimensioni sconcertanti, fate soffriggere salame e cipolla, spruzzando di tanto in tanto il tutto con un dito d'acqua per evitare che i dadini si attacchino alla padella, ma soprattutto per creare quei simpatici effetti fumogeni che fanno tanto Blade Runner e divertono molto i bambini. E anche voi, diciamocelo.

Quando ritenete che la temperatura della padella sia alta quanto basta (potete sincerarvi voi stessi del livello appoggiando forzosamente la mano di un passante - e in cucina chi non ne ha? - su di essa, sapendo che il livello di decibel dell'ululato belluino che ne conseguirà è direttamente proporzionale alla gradazione in Celsius), versate il preparato oviparo di cui sopra.

Lasciate che la superficie ribollente cessi di somigliare alle temibili Paludi di Mordor e si solidifichi, dopodiché provvedete a rivoltare la frittata per consentirle di raggiungere una cottura uniforme e scongiurare inopportune bruciature, brutte a vedersi e, sovente, anche letali a mangiarsi. Se siete donne, l'operazione in questione non dovrebbe risultarvi complessa. In caso di difficoltà, immaginate una conversazione standard con il vostro partner e vi sovverrà immantinente una scappatoia con la quale cavarvi d'impiccio.

A cottura ultimata (se la frittata comincia a fiammeggiare emanando afrori simili a quelli di un termovalorizzatore, lampeggiando al pari di una manifestazione satanica di livello 6, significa che la cottura era già ultimata vagamente circa suppergiù due ore e trenta minuti prima. In tal caso è opportuno ripetere l'intera operazione dall'inizio, magari consultando con più attenzione l'orologio. E l'esorcista) servire su piatto piano e ampio. Si raccomanda di non servire su piano ampio e piatto, o Giovanni Allevi potrebbe seriamente aversene a male e non rivolgervi più il saluto.

Cospargete di peperoncino a piacere, ricordandovi che, però, il mattino successivo una forma di minzione più o meno copiosa avrà comunque luogo, e allora sarà poi troppo tardi per rammaricarsi di eventuali eccessive liberalità, e non dite che non vi avevo avvisati.

Accompagnate con abbondante birra gelata e ad alta gradazione. Rutti bitonali da portuale possono essere un'adeguato accompagnamento sonoro, specialmente se in mancanza di Brandeburghesi in cuffia, tuttavia se ne sconsiglia l'elargizione in caso il desinare venga servito in occasione di una conviviale del Rotary.

Buon appetito!

venerdì 29 gennaio 2010

BiNbimiNkia, I love you




Gente, abbiamo un problema. Si chiama nuova generazione. E per nuova generazione intendo tutto quello che ha avuto la deprecabilissima idea di venire al mondo dopo il sottoscritto.

Tralasciamo l'assoluta inopportunità di un gesto simile, pari forse solo a quella di un cineforum organizzato dal Kollettivo Kakakazzi durante la settimana di autogestione all'Itis "Giosuè Pascoli con la chiave del 12" dopo la proiezione di un capolavoro di Kubrik. Ma tant'è. Ho imparato infatti che, se c'è proprio una cosa che non puoi fermare, è il ciclo della vita. Anche un Suv giapponese lanciato ai 120 all'ora su un controviale da una madama cotonata della Crocetta con tanto di filippino racchiuso nel cruscotto può dare i suoi crucci, ma è più facile da gestire rispetto al ciclo della vita.

Ad ogni modo, tutto ciò non giova alla speculazione di cui all'inizio. Ho divagato. Dicevo che abbiamo un problema. E anche bello grosso. La nostra illustre civiltà, che in passato ha dato i natali a gente come Giulio Cesare, Dante, Machiavelli, Galileo Galilei, Vivaldi, Garibaldi, Verdi, D'Annunzio, Marconi, Majorana, Fermi, la Montalcini e l'omino baffuto della pubblicità del Tonno Insuperabile, sembra infatti aver toccato il suo apice in un non meglio precisato momento sul finire del secolo scorso (penso all'epoca della pubblicità del tonno), ed essere quindi inesorabilmente destinato ad una precipitosa discesa verso l'Abisso.

E ne vediamo già i segnali. Sono intorno a noi. Sono tra di noi. In alcuni malauguratissimi casi sono nostri parenti. E così come per San Giovanni ad annunciare l'Apocalisse c'erano angeli, trombe, sigilli spezzati e fantini dal look discutibile e dalla cavalcatura altrettanto bislacca, secondo il modestissimo parere di chi scrive ad annunciare l'ineunte decadenza morale e sociale della nostra stirpe ci sono i bimbiminkia (leggasi, in proposito, un'accurata analisi etologica).

Già pericolosa di per se', questa strana specie animale è diventata ancora più perniciosa per l'uomo dal momento in cui è riuscita ad entrare in possesso della chiave per accedere a quello che, nelle intenzioni dei suoi creatori, ma soprattutto nelle mie, avrebbe dovuto rimanere una sorta di empireo per kalokagathòi selezionati dopo schizzinosissima opera di filtraggio: l'Internet.

Si muovono in mandrie numerose e prive dei consueti individui alpha (maschi o femmine, è indifferente), e, giacché palesano ad ogni piè sospinto di ignorare anche le più elementari (ed è proprio il caso di dirlo) regole della grammatica italiana, comunicano attraverso gutturali borborigmi derivati forse da una parafrasi anfetaminica del ceppo ugro-finnico (tvttb, xké, xò, nn, cgil, cisl, uil..), ed hanno progressivamente occupato spazi sempre più consistenti dell'universo digitale, configurandosi dunque non più come caso sporadico di degenerazione sociale da avitaminosi scolastica, bensì come vero e proprio fenomeno pandemico.

Occorre adottare serie contromisure, se non si vuole scivolare nel baratro senza che si abbia più via di scampo. E' un po' di tempo che ci sto pensando, ma non riesco a venirne a capo. Ho riflettuto su varie ipotesi risolutorie, tra cui vorrei qui citare il napalm, l'avvelenamento col nichel della falda freatica cui attingono gli acquedotti che alimentano le scuole medie, la scolarizzazione forzata dei superstiti all'interno di strutture ricettive quali i campi di rieducazione cambogiani, o l'arruolamento di squadroni della morte armati di congiuntivi di grosso calibro e consecutio temporum affilatissime da liberare nei centri commerciali il sabato pomeriggio. Non so. E' solo che mi paiono tutte troppo umane. Si accettano suggerimenti.

martedì 17 novembre 2009

Laicità



Laicità,

un elemento imprescindibile

per un'educazione stabile

che punti alla parità


Laicità,

staccare i Cristi dagli intonaci

e poi sbraitare contro i monaci

perché son peggio che a Teheran


Tacciare il conservatore

per ore, per ore, per ore

di avere un pensiero feudale

cultura tardo-medievale

cospargere il clero col cloro

zittirli se dicon la loro

in fondo, per male che vada,

la scusa è "Ci fu Torquemada!"


Laicità,

i Sacri Testi? Tutti apocrifi!

Stupefacenti come oppiacei

di scarsa scientificità


Laicità,

ma che vuol mai 'sto Vaticano?

Incatenare il buon villano

al pio timor di Santità!

sabato 26 settembre 2009

Te la dò io la tele



Voglio solo comprare un televisore.


Non uno stramodernissimo LCD, HD, UDC, PD, PdL, Pepperepè zum zum, ciccì coccò, fante cavallo e re. No, niente di tutto questo. Solo uno di quelli normali, senza troppe pretese, e soprattutto senza un cartellino del prezzo sul quale, per riportare fedelmente tutti gli zeri, occorra andare a capo tre volte. Questo per due ragioni fondamentali. La prima, dipendente dal fatto che tra la mia dichiarazione dei redditi e quella degli eredi di Aristotele Onassis si possono notare almeno venti piccole differenze, come nelle vignette della Settimana Enigmistica. La seconda traente origine dalla volotà di fare dono del televisore a mia nonna, 82enne arzilla e vispa quanto si vuole, ma che con un Sony Turbominchiapower in salotto ricorderebbe fin troppo il celeberrimo Papuasiano di coloniale memoria, quello che andava a caccia con la zagaglia in pugno e una sveglia al collo.


Pertanto mi reco bel bello nel punto vendita di una grande catena di cui, per ragioni legate alla mia allergia congenita alle querele per diffamazione, sviluppata sin dalla tenera età, non potrò qui riportare il nome. Vi posso dire soltanto che comincia per Uni ed ha per desinenza una sconcertante paronimia con una moneta avente tutt'ora corso legale nel Vecchio Continente. E non è la Corona svedese.


Grosso errore. Già soltanto per trovare il reparto tv debbo seguire un corso accelerato di orienteering con i cani da tartufo. Cani che, per inciso, sono disponibili in un pratico dispenser ubicato accanto a quello delle buste di plastica. Per giungere a destinazione, infatti, sono costretto a valicare, uno dopo l'altro, ciaspole ai piedi e barilotto di cordiale a tracolla, espositori stracolmi di asciugacapelli USB, copriwater GPS (utilissimi per sapere, ogni giorno che il buon Dio manda in terra, dove diavolo state cacando in quel preciso momento), spremiagrumi al plasma e lettori digitali di calli e duroni.


Raggiungo alfine la meta, illudendomi di essermi ormai lasciato alle spalle ogni difficoltà. Povero illuso. La mia odissea personale in confezione monouso ha solo incontrato un nuovo inizio. Prima, infatti, devo trovare un modello al tempo stesso pratico (ricordate la nonna?) e non eccessivamente dispendioso (ricordate le venti piccole differenze tra il mio Modello Unico e quello degli eredi Onassis?). Da solo non ci riesco. Ma per fortuna c'è il commesso: "Scusi, buon uomo - faccio io - Di grazia: qui, oltre agli schermi per cinema multisala, vendete anche televisori?". "Certo - replica lui - sono là in fondo". Aggiungendo poi, in cuor suo, "fot...issimo morto di fame". In quella, comprendo che "là in fondo" è la curiosa fraseologia con cui in quella contrada si indica l'angolo acuto del salone compreso tra l'uscita di sicurezza, il magazzino e la porta del cesso riservato allo staff. Molto bene.


Scorro a scalare tutti i cartellini dei prezzi, sino a giungere a quello che mi pare essere più a portata di tasca. Poi torno indietro di un paio, essendomi accorto di aver superato gli espositori delle tv ed ssere passato allo scaffale dei supporti da parete. Ecco perché mi sembravano così convenienti! Adocchio uno schermo 15 pollici, vari cavi per la connessione alla rete elettrica e alla fonte dell'etere, un telecomando ed un bel tasto anvisca/smorta (on/off, per la nonna). Prezzo ragionevole, come solo può essere un pugno sferrato a tradimento alla bocca dello stomaco. "Buongiorno" chioso rivolgendomi al collega del primo commesso. "Vorrei quello lì, per favore". "Un attimo solo - replica egli - Finisco di servire i signori e sono da lei".


"Un attimo", se definisce un'ora e un quarto d'orologio, è un eufemismo. Anche "signori" è un eufemismo, se utilizzato in quella circostanza. Mi superano infatti uno dopo l'altro ondate di tamarri con il jeans a vita bassa e, nonostante trenta e passa anni suonati, la mutanda indossata quasi a voler prevenire un mal di gola, bramosi di collocare nell'andito del proprio bilocale in affitto nella periferia di Vergate sul Membro - per il canone del quale versano già in ritardo di due quote - un maxischermo al plasma da 1098.77 pollici (06, per chi chiama da fuori Roma) che finiranno di pagare a rate solo nel giorno del Giudizio. Il tutto per non perdersi l'impagabile spettacolo di osservare come sotto i vetrini del microscopio i peli del naso di Ibrahimovic dopo che si è smorfellato dal dischetto del Bernabeu per celebrare un sinistro andato a segno contro gli odiati Merengues. Gli stessi che tra sei mesi non potranno comperare ai figli l'apparecchio ortodontico, gli occhiali o i plantari correttivi, e si giustificheranno con la prole più o meno così: "Mi dispiace, Gionatan, c'è la crisi. Comunque tranquillo, con la cintura Cavalli non si nota la zeppola".


Ma io sono arrivato prima, e volevo soltanto un televisore normale. Quello da cento euri cacati, col telecomando al quale manca persino il numero nove, ma che tanto fa lo stesso perché si può cambiare canale con il più e il meno. E avrei anche pagato in contanti, con biglietti freschi freschi di bancomat. Invece niente. Senza la rateizzazione a 36 eoni, 2 ere e 12 evi qui dentro non sei nessuno. Non hai diritto di cittadinanza. Sei un invisibile, eterea presenza cui verrà prestata un'attenzione pari a quella di un peto mollato allo stadio Olimpico.


Alla terza famigliola di MinchiaSabbri che mi passa davanti decido di andarmene. Stanco, deluso e stizzito. Ma non prima di essermi tolto la soddisfazione di improvvisare una supercazzola alla cassiera. Così, per una sorta di rappresaglia morale.






Ps: Caro commesso dell'Unieccetera, che trascorrerai la tua esistenza di lavoratore sottopagato tra un contratto interinale e l'altro, incontrando la tua massima realizzazione economica con le commissioni sulla vendita porta a porta dell'Enciclopedia Universale dei Cavaturaccioli, ascoltammi. Non dare la colpa di ciò che ti attende alla recessione, alla crisi, al Governoladro, o ad un'imprenditoria arraffona e sorda alle esigenze occupazionali delle nuove generazioni. La responsabilità del tuo grigio e anonimo futuro è solo mia. E del simpatico pamphlet: "La macumba per tutti, in particolare per tua sorella", che ho letto con sommo piacere quest'estate sotto l'ombrellone.

lunedì 30 giugno 2008

Parole a caso. Capitolo I


"Dottore, ho una seggiola nel naso" disse la segretaria sgranocchiando un sottobicchiere al sesamo. Erano circa le Milano meno un quarto, e fuori dalla finestra Capitan Findus soffiava forte dentro una carrucola. Un rimescolìo di chiavi inglesi scosse il giovane Henry dal suo sogno postprandiale: "Ho di nuovo lasciato aperta la porta del gas" pensò, rammaricandosi di non avere con se' un pigmeo. In quel mentre, un branco di commercialisti irruppe al grido di "Le chiavi del locale ascensore sono in possesso della famiglia Rossi", e pretendendo seduta stante la revisione del trattato di Versailles. Cosa che, come era prevedibile, fece andare su tutte le furie lo scaldabagno dei vicini.

Tuttavia Henry non si scompose, e ordinò per telefono un sandalo al tegamino, che gli venne consegnato a stretto giro di posta dal Presidente della Repubblica. "Dovresti smetterla di collezionare bastoni per le tende: hai già l'ulcera e la macchina in garage" lo redarguì sua madre, Hilda, donna di sani princìpi morali ma assolutamente priva di cingoli. "Lo sai mamma che la Polonia mi piace ben cotta"rispose lui con aria assente, distratto dal volo di gabbiani nella vasca del pesce rosso.

"Dottore, presto, c'è una macchia di ebano sulla camicia del ciambellano". L'urlo della segretaria lo scosse nuovamente dal torpore, proprio mentre un camion rimorchio scaricava casse di malva sul suo lettore portatile di analgesici. "Arrivo, arrivo" rispose il giovane Henry ad un richiamo così perentorio, tanto simile al turbinìo di un quaderno a quadretti lasciato a fermentare in una nursery da ricordargli un terribile episodio della sua infanzia, quando proprio per colpa di un ippopotamo aveva corso il serio rischio di far impazzire la maionese.

Il giovane dottore scese dunque i gradini della merenda quattro a quattro, superando a grandi falcate i cespugli di rododendro che gli si paravano dinanzi ad ogni incrocio.

Quando, proprio in quel momento...


(continua)

martedì 3 giugno 2008

Cacca al diavolo e fiori a Gesù


Cacca al diavolo e fiori a Gesù (2v)

Gesù, ti dico buon Gesù
E invece a te, belzebù, ti dico vaffan…

Cacca al diavolo e fiori a Gesù (2v)

Gesù, ti dico buon Gesù
E invece a te, satanone, ti dico sei un c…

Cacca al diavolo e fiori a Gesù (2v)

Gesù, ti dico buon Gesù
E invece a te, satanasso, ti dico testa di…

Cacca al diavolo e fiori a Gesù (2v)

Gesù, ti dico buon Gesù
E invece a te, satanasso, ti dico figlio di un di…

Cacca al diavolo e fiori a Gesù (2v)

martedì 20 maggio 2008

La cacca è meglio del Brain Trainer


Sarà la visione come simbolica catarsi della defecazione, che in qualche modo si erge a metafora dell'espulsione del Male per fare spazio al Nuovo, ma a me fare la cacca ha sempre aiutato tantissimo a ragionare meglio. E mica solo perché poi dopo uno è molto più leggero di quando ha iniziato, e quindi, in sostanza, ha anche meno roba addosso a cui badare.

Tutto è cominciato in prima media. O meglio, è stato in quel momento che mi sono accorto per la prima volta delle straordinarie potenzialità psicotrope della cagata. Stavo studiando geometria, credo il teorema di Sarcazzo sui triangoli isosceli ipermetropi evangelisti diversamente abili e pure un tantinello socialisti, suppongo, o comunque qualcosa di molto similare. Mi trovavo di fronte ad un complicatissimo esercizio di calcolo (ricordo infatti che né le dita né il pallottoliere mi erano stati di alcun aiuto), indispensabile alla risoluzione del problema geometrico risolvibile esclusivamente tramite un'applicazione pratica del teorema di cui sopra, nonché, per diretta conseguenza, ad aprire le porte al magico mondo dei compiti finiti. Ricordo con precisione l'arrovellamento senza esito che mi spinse persino a girare il libro al contrario, in cerca di una risoluzione destrorsa stile Black Sabbath, a tentare di decrittare il testo del problema come un marconista inglese della II Guerra Mondiale di fronte ad un morse battuto con macchina Enigma, e infine a cercare la soluzione a pagina 36, quasi il mio sussidiario fosse una versione scolastica de La Settimana Enigmistica. Ma niente.

Poi, mi scappò di fare la cacca.

Così, come avrebbe fatto qualsiasi essere umano con più di tre anni di età e privo di bizzarre perversioni sessuali, decisi di alzarmi dalla scrivania e andare al gabinetto per sgravare.

E fu lì, assiso con fare assorto e contemplativo sulla tazza del water, che ebbi l'illuminazione. Congratulandomi mentalmente per la soluzione sopraggiunta e per la ragguardevole entità dello stronzo, cui tra l'altro tributai gli onori militari al momento di tirare lo sciacquone, mi resi conto di ciò che era accaduto.

Da allora, questo miracolo di creazione ed escreazione non ha mai cessato di stupirmi, Nè di ripresentarsi con regolare puntualità tutte le volte che avevo da sottoporre all'attenzione di memedesimo un cruccio di notevole portata, fosse esso di studio, di vita vissuta, di amore, di morte, di fantacalcio e via discorrendo.

La cacca è meglio del Brain Trainer. La cacca dà le risposte. La cacca è la via per il Sapere.

Che cosa aspettate, dunque?




Andate tutti a cagare

mercoledì 14 maggio 2008

La notizia del secolo


Ehi, tu, uomo dalla faccia triste. Donna dal volto mesto. Oppure sessualmente indeciso dal viso mogio. Ascolta, e smetti di ammosciarti inutilmente l'esistenza.

Ti senti depresso, abbattuto, sull'orlo della disperazione e del fallimento? Credi che la vita non ti abbia dato mai nulla di buono, ma che soprattutto abbia ancora meno da darti in futuro? Hai la nettissima impressione che Dio non esista o che, in caso contrario, ti abbia preso in particolare antipatia tipo quel tuo compagno di banco cui rubavi la Girella Motta da piccolo a scuola, e che ora è diventato intendente di Finanza e ti fa le verifiche fiscali a tradimento ogni sei mesi? Ti svegli la mattina e gioisci perché questa volta, almeno, hai solo tre ruote bucate, e non anche quella di scorta?

Rilassati. E fa' un bel respiro. Ecco, bravo, così.

Perché comunque la guardi, qualunque sia il tuo piccolo grande cruccio, chiunque ti tormenti (sia esso Torquemada o solo Gigi D'Alessio), ovunque tu sia, c'è SEMPRE qualcuno che sta sempre peggio di te. Molto peggio. Peggissimo, addirittura, ammesso che esista in italiano questo bizzarro superlativo.

Non ci credi? Uomo (o donna, o indeciso) di poca fede! Leggi un po' qui.


Brrrr...


Ps: è ovvio, ma è sempre bene sottolinearlo ugualmente, che quando dicevo "c'è sempre qualcuno che sta peggio di voi..." non mi riferivo certamente alla vittima. No, dico, solo per mettere due-tre puntini sulle i

Ps1: questo giornalista è un fottutissimo genio. Pulitzer subito, e direttore del Tg1 domani mattina.

martedì 13 maggio 2008

Facebook e la sindrome del Grande Fratello


Vi ricordate, tempo fa, il post che scrissi riguardo Facebook e le altre community internettiane affini?
Sì? Bene.
No? Stronzi. Fatevi una cultura.

Ad ogni modo, oggi ho avuto la riprova di quanta ragione avessi allora, additando tutta questa accozzaglia di rubrichine, fotine, postini, messaggini, bacini e altri -ini vari come il paradiso dei maniaci sessuali, dei voyeur, in qualche caso addirittura degli stalker (e qui, se vi dotate di una tavoletta ouija o di un tavolino a tre gambe, John Lennon avrà un sacco di aneddoti da raccontarvi...), o più semplicemente degli inguaribili ficcanaso che, se si facessero anche solo la metà degli affari loro, avrebbero comunque già tutta la giornata impegnata.

Sono soprattutto questi ultimi i più pericolosi. I ficcanaso. Gli impiccioni. Quelli che sbirciano dalle gelosie socchiuse. Quelli che parlano e straparlano perchè "io so...". Quelli che vanno su E-Mule a scaricarsi l'elenco delle dichiarazioni dei redditi degli italiani non per vedere quante palanche ballonzolano nelle tasche del superpolitico, del comico imbonitore, dell'imprenditore viveur, della soubrette sgallettata, del calci-attore campeòn, o dell'ultima accozzaglia spaccatimpani in odor di disco di platino; ma quanto guadagna la signora del terzo piano, o quanto denuncia il sindaco, il parroco, il capo dei vigili o il farmacista, o se davvero il nipote della vicina di casco dalla parrucchiera si può permettere di cambiare tutte quelle belle macchine così spesso... e così via.

Firmiamo moduli perchè i dati contenuti su altri moduli non vengano diffusi. E poi firmiamo un altro modulo perché nemmeno il dato che noi abbiamo firmato un modulo per diffidare la diffusione di dati su altri moduli venga diffuso.
Sei in una botte di ferro. Già. Ma come quella di Attilio Regolo.

Perché poi arriva Facebook.

Vai a una festa, dove ti fanno una foto mentre fai qualcosa, che può essere bere un mojito, bere tanti mojito, mangiare un salatino, ingolfarti vassoi interi di salatini come una balena con un banco di krill, pulirti un orecchio col mignolo, assumendo una posizione assorta, e poi fare una pallina rimbalzina col ricavato; scaccolarti, soffiarti il naso nella pochette, pulirti le unghie con la forchetta, sistemarti lo slip che ti si è birichinamente infilato nel posteggio delle bici, limonare il/la barista, oppure entrambi, picchiare un bambino, investire una vecchia, bruciare un santino, baciare un mafioso, rifondare il partito nazionalsocialista... insomma, le classiche cose che si fanno alle feste.

Questa foto finisce sul profilo di un tuo amico, tutti i suoi amici lo leggono, poi gli amici degli amici, i conoscenti dei conoscenti, i domestici dei comestici, le colf delle colf, il Pinot di Pinot, fino a che la famosa barista che hai limonato vede la foto e si accorge per la prima volta di quello che ha fatto. E con tutti i tuoi moduli firmati e controfirmati ti ci puoi allegramente pulire il...naso.

Buongiorno mondo!