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mercoledì 22 ottobre 2014

«Le faremo sapere» - racconto breve

È un sonnacchioso pomeriggio qualunque di un giorno qualunque nella Millenaria Capitale. Ma mentre tutto il decadente Impero Che Fu anela disperatamente l'invasione barbarica che ponga fine alla sua insopportabile agonia, c'è un bugigattolo nel sottoscala di un palazzo immenso che ostenta con ingiustificata protervia le glorie dei tempi passati dove si sta decidendo la sorte di un manipolo di casi umani illusi di poter diventare qualcuno, da lì a poco.

Dentro è un tripudio di cravatte sgargianti con nodo Tecnocasa, abiti in finto acrilico che emettono scintille al contatto con lo sguardo, minigonne, tacchi vertiginosi, trucchi alla Pennywise e acconciature alla «No, Maria, ora però se Gennifer si ostina a farsi pagare le cene da Chevin senza nemmeno ventilare l'ipotesi di lasciarsi carotare la filippa sul sedile posteriore di un'Audi, io lascio lo studio e me ne torno a sudare sotto i bagnini di Ladispoli». Il tutto riveste alla bell'e meglio ascelle e inguini che in molti casi non vedono un pezzo di sapone dai tempi di Mauro Serio star di Solletico.

Fuori, invece, in un silenzio spettrale e pesante come afa ferragostana, un plotone di esecuzione di selezionatori annoiati di default dovrà lavorare alacremente per far sì che l'imminente decimazione in stile Cadorna possa continuare ad essere chiamata "casting" anche nel caso, improbabile ma imponderabile, di un'ispezione a sorpresa da parte dell'ONU.

Mi guardo intorno.

C'è la cicciona orrenda che però è solare e bella dentro, anche se il fuori è talmente agghiacciante che su di lei non infierirebbe neppure il fake di Gasparri su Twitter. Per farsi un'infarinatura sul modello proporzionale con sbarramento al 4% legge ogni settimana l'oroscopo di Rob Brezsny, sgranocchiando il Pil del Belgio in maritozzi.

C'è la barely-phyca dal culo di marmo, le gambe chilometriche, un paio di tette illegali in almeno 14 stati dell'Unione, gli occhioni da mamma-di-Bambie-un-attimo-prima-del-cacciatore e un visetto che, così, a occhio e croce, sotto gli strati di biacca spalmati con la cazzuola del babbo decoratore d'interni, sarebbe anche grazioso, non fosse che ora somiglia più a Moira Orfei quando insegnava agli elefanti di Annibale Barka a camminare in fila indiana su per il Monginevro. Lei non sa niente di niente su niente, ma è qui perché convinta che il suo profilo destro possa aprirle un sacco di porte. Così come l'ostentata dimestichezza con il lato delle scrivanie non esposto al sole.

C'è il piacione pettinato col grasso di balena, camicia aperta su petto villoso e un doratissimo Cristo Redentore dei Pettorali che annaspa nel suo Golgota ipertricotico, chiedendosi se una Passione sola non era già più che sufficiente. Lui è un veterano di questo genere di meeting, o almeno così dice alle barely-phyche che flappano le ciglia attorno a lui generando una brezza che sembra il mare a settembre. Lui spiega a tutti come si fa, come bisogna comportarsi, cosa bisogna dire, a chi bisogna sorridere e a chi fare la battuta ad effetto. Il fatto che, nonostante la sedicente pluriennale esperienza in materia, il Nostro sia ancora qui a provarci, indica chiaramente quale sia la mole del cumulo di stronzate che spara, ma il dubbio non passa per la testa a nessuno.

Di sicuro non al bracciante ripulito nel vestito della domenica che si meraviglia per le luci al neon e chiede se c'è anche Pippo Baudo.

E nemmeno alla desperate commessa Ipersidis alta un metro e un citofono (ma quello di una villetta a schiera) che vuole assolutamente dire la sua sulla Finanziaria. Perché lei i soldi veri li maneggia tutti i giorni, e parla con la gente. Che poi smazzi i resti di biglietti da 20 ed elargisca consigli su pomodori pelati e assorbenti, è un dettaglio trascurabile in questa sede dove nulla dev'essere ciò che sembra.

Tutti, un giorno, pretenderanno che lo Stato paghi loro una pensione sufficiente a comprare l'ultimo iPhone. E lo Stato acconsentirà a farlo, perché tanto i voti sono i loro e i soldi invece sono vostri.

Tutti, oggi, sono qui per il provino. Il PROVINO. PRO-VI-NO. Tre semplici sillabe che il 65% dei presenti non sarebbe in grado nemmeno di compitare correttamente, ma che solleticano corde la cui musica ammalia più del canto di mille sirene. E mica un provino qualunque.

Nient'affatto, signore e signori. Qui si cercano opinionisti. Gente chiamata ad elargire opinioni non richieste e del tutto irrilevanti su argomenti sconosciuti, dinanzi a milioni di persone che per ascoltarle attraverso un teleschermo pagano laute parcelle nonostante al baretto sotto casa si dicano cose molto più interessanti, e per giunta gratis. Non so se mi spiego.

Che cosa ci faccio qui? Beh, prima di tutto la disoccupazione è una gran brutta bestia, signora mia. Ti lascia troppo tempo libero per pensare alle tue miserie, e una volta che hai finito le lacrime in tasca, le birre sottomarca in frigo e gli argomenti di conversazione con l'amico immaginario, la vita si fa dura e la noia incombe. In secondo luogo, non sono poi tanto diverso dagli altri, eh. Il mio quid, anche qui in mezzo, si riduce a ben poche cose. Ho solo un blog, per esempio. Ma quello ce l'hanno anche le shampiste che disquisiscono di femminicidio e sperimentazione animale con tante maiuscole e punti esclamativi. Ah, e poi ho un pollice opponibile che mi permette di aggiornare il mio blog anche da mobile. Che, se proprio vogliamo essere pignoli, le shampiste sovente non hanno. Quindi uno ci prova. Mal che vada c'è sempre la birra sottomarca in frigo e tutto il resto.

Ora basta chiacchiere, però. Inizia il provino. Silenzio.


(Spigliato, naturale, telegenico, per nulla impacciato. 
Insomma, sono andato benissimo)

Com'è andata a finire, poi? Beh, più o meno come sempre. «Le faremo sapere».

Tranquilli, vi aspetto. Tanto non ho impegni, e il telefono è sempre a portata di mano. Ah, quasi dimenticavo... Complimenti per la trasmissione! Mia mamma la segue sempre, è un così bel programma.

Ps Comunque una delle barely-phyche ha flappato potentemente le sue bellissime ciglia grondando ammirazione nei miei confronti quando in una sola frase sono riuscito ad inanellare, senza nemmeno sudare, un periodo ipotetico dell'irrealtà e due subordinate.

Poi, però, siccome io tornavo a casa in treno, e un altro tizio invece aveva la Volvo Cabrio con proprietario della concessionaria ancora seduto sopra, non ho avuto l'opportunità di sublimare l'ammirazione in qualche altro bene di prima necessità con un filino più di mercato.

Pazienza.

Magari mi farà sapere pure lei.

giovedì 9 ottobre 2014

Conigli per gli acquisti


Ormai fare marketing sulle spalle di noi 30enni è diventato come sparare sulla Croce Rossa. O come picchiare un anziano che caga, se preferite i francesismi.

Fateci caso: da qualche tempo a questa parte sugli scaffali dei supermercati, nelle vetrine dei negozi, dietro i banconi dei bar, è tutto un fiorire di redivivi prodotti protagonisti della nostra infanzia, o della nostra prima adolescenza, e che ora vengono riproposti tali e quali come ce li ricordavamo.

E non è che ai direttori del marketing laureati alla Bocconi e MBAti Oltreoceano manchino le idee, nient'affatto. Anche se di tanto in tanto scivolano su vaccate mostruose come il Biscottone inzupposo (per l'amor di Dio, gente... Un po' di dignità!) sono più vispi e pimpanti che mai. Anzi, hanno avuto l'idea geniale: colpire duro là dove sai di fare più male.

Perché noi 30enni siamo una generazione in bilico. Senza lavoro, senza una casa, senza una famiglia nostra, senza grandi prospettive per il futuro, o comunque con una serie di brutte copie delle cose di cui sopra. E vedere una confezione blu mare di Yo-Yo che occhieggia dallo scaffale del Pam è come rannicchiarsi in posizione fetale sotto un piumone emotivo mentre fuori piove, fa freddo, tira vento e il meteo della sorte scatena il peggio del proprio tonante e lampeggiante repertorio.

È qui che ti fregano. Compri quella maledettissima confezione di dolcetti perché il tuo subconscio abbocca come un tonno alla mattanza di Favignana, convincendoti che con un solo morso di quel residuato gastronomico di un ventennio fa tu riacquisterai come per incanto tutta la felicità, la gioia e la spensieratezza dei tuoi 12 anni. Sbucciature sulle ginocchia comprese. Altro che marketing, gente: questi sono metodi da spacciatore di crack. «Fatti un tiro, bellezza. Sentiti qualcuno».

Si dirà: beh, ma se un dolcetto era buono per un bimbo di 20 anni fa, sarà buono anche per un bimbo di oggi.

Balle.

Ogni generazione ha la sua merendina preferita, perché di una merendina non è solo la crema e il pan di Spagna che mangi, ma lo status. Ieri addentando un Tegolino o un Cucciolone assaporavi il gusto del proibito, perché il più delle volte "facevano male ai denti" e la mamma era restia all'acquisto quanto a farti stare alzato dopo "Striscia la Notizia". Oggi, invece, di una merendina, si assapora il gusto della sibaritica consapevolezza che dopo quella ne potrai mangiare un'altra, un'altra, e poi un'altra ancora. A strafottere. Perché siamo qualcuno in base a quanto grossa la facciamo fuori dal vaso, bitch. Anche a merenda.

Ecco perché i figli del Nuovo Millennio sono fuori target per Winner Taco & compagnia bella. I bambini di oggi puntano ad altro. A cosa non so, ma il fatto che nessuno di loro si fiondi da Mediaword in cerca di DOOM II solo perché c'è da sparare a mostri alieni urlanti mi fa sospettare che nessuno di loro impazzisca nemmeno per le Girelle solo perché dentro c'è un po' di cioccolata.

È noi che vogliono, i bastardi. È al nostro magro portafogli con più biglietti da visita che banconote che stanno puntando. Perché sì, è proprio come per le tasse: saremo anche straccioni, ma siamo tantissimi. E fottutamente vulnerabili.

lunedì 11 febbraio 2013

Dimission: Impossible

 
Il 7 gennaio 2010 mister Antonio Conte ha rassegnato le proprie dimissioni dal ruolo di preparatore atletico dell'Atalanta. Poteva farlo perché lui è un allenatore. Sergio Marchionne, qualora un domani si stancasse di farsi fresare gli zebedei dalla Cgil e preferisse lanciare una nuova collezione di maglioncini blu scuro, potrebbe dimettersi da Amministratore delegato della Fiat. Potrebbe farlo perché lui è un manager. Un annetto e mezzo fa si è dimesso persino Silvio Berlusconi. Sì, va bene, ci ha messo un po' a decidersi, ma alla fine ha scoperto che, in quanto Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, era sua prerogativa farlo. E, del resto, l'aveva già fatto una volta. Insomma, poteva farlo perché era Presidente del Consiglio.
 
Papa Benedetto XVI, aka Joseph Ratzinger, invece, non si è dimesso. Perché lui è un Pontefice di Santa Romana Chiesa, e non può farlo. Checché ne dicano i top trend di Twitter, Giulia Innocenzi, o anche una fetta (ahinoi) consistente di giornalisti italiani che se trasferissero il loro domicilio in una miniera di rame non farebbero un'ombra di danno, infatti, un Papa non si dimette. Un Papa ABDICA. Ripetete con me: abdica. Ab-di-ca. Facile, no? Perché un Papa non è un allenatore di calcio, non è un amministratore delegato, non è un Presidente del Consiglio, non è Giulia Innocenzi, e non è nemmeno il tesoriere della bocciofila (altra figura per la quale le dimissioni sono contemplate, sapevatelo).
 
Un Papa è un monarca. E un monarca, da che mondo e mondo, non si dimette, ma ABDICA. O, al massimo, citando pedissequamente quanto riportato dal Diritto canonico, «rinuncia al suo ufficio». E non quello con la scrivania e i ficus, ma quello di guida spirituale della Chiesa Cattolica.
 
Quindi, per favore, piantatela di nebulizzarci le gonadi con fotoniche minchiate. Perché un Papa non si dimette, abdica. E non saranno certo i top trend Twitter (e neppure Giulia Innocenzi) a cambiare questo dato di fatto. Fatevene una ragione.
 
Oppure dimettetevi, se vi fa sentire meglio. 

domenica 27 gennaio 2013

Lo status di Facebook




Da oggi 27 gennaio 2013, nella mia piena capacità di intendere e di volere, e (purtroppo) potendo persino esercitare il diritto di voto al pari di tutti voi, nego a Facebook il consenso all'espianto dei miei organi a scopi ludico-ricreativi, ai sensi di una legge scritta in caps-lock e copincollata a casaccio dal blog di un tale che sniffa il sale da cucina e sostiene di parlare regolarmente con gli Uraniani e che, pertanto, secondo il non-statuto del Movimento 5 Stelle, è degno della massima stima e considerazione.

Invito altresì tutti i miei amici, nonché i loro parenti e affini sino al nono grado della scala Mercalli a condividere questo stato sulla propria bacheca, al fine di evitare spiacevoli conseguenze quali: otite, sinusite, orchite, udite udite, bauxite, temperamatite.

Uno vale uno, di 28 ce n'è uno, in garage c'ho la Uno. Fire. Del '92. Usata pochissimo. Telefonare ore pasti.

PS nel tempo che ho impiegato a scrivere questo status i nostri parlamentari si sono aumentati lo stipendio di quattro chiodi, un abbonamento a Mani di Fata e due figurine della Cremonese stagione '89/'90. Ma queste cose non le saprete mai dalle fonti di informazione ufficiale, cari i miei poveri stronzi.

martedì 1 gennaio 2013

Scossa!

Eh già.

E non finisce qui.

domenica 16 dicembre 2012

Del perché gli hobbit mi fanno schifo



Cominciamo con il dire che gli hobbit sono imbelli cazzoni brutti, bassi, pelosi e sudici. Sì, anche sudici, perché girano scalzi nella mota e abitano malsani tuguri scavati nel sottosuolo nei quali, non avendo gli hobbit le elevate conoscenze ingegneristiche dei nani, probabilmente le feci vengono accumulate tutte sul fondo della parete meno esposta al sole, assieme alle salme dei defunti (e, almeno fino a quando qualcuno non avrà le prove per confutare la mia tesi, sappiate che è questo ciò che fanno gli hobbit delle proprie deiezioni e dei resti mortali dei propri cari).

Nella Terra di Mezzo gli hobbit occupano il gradino più basso nella scala evolutiva, ancora più in basso degli orchetti. I quali uccidono, depredano e razziano perché anelano al caos, mentre gli hobbit non anelano una beata mazza se non vivere pasciuti e ubriachi alle spalle di tutte le altre razze che invece lottano quotidianamente per difendere quello in cui credono. 

Gli hobbit, in sostanza, sono più inutili degli ausiliari del traffico in un villaggio Amish. 

Nel fantasy gli hobbit ricoprono il ruolo che in alcune pellicole pornografiche con trama è riservato a certi sessantenni pingui e col pene piccolo che durante l'atto sessuale tra l'attore e l'attrice principali se ne restano in un angolo della scena a masturbarsi con inusitato vigore, sudando esageratamente con occhi lubrici e pose imbarazzanti (persino per degli intellettuali come gli spettatori dei porno), per poi accorrere nel momento del climax per contribuire alla consueta lordatura finale della protagonista. La quale, comprensibilmente, fatica a celare un'espressione tra l'inorridito e il derisorio. Oltre all'utilità del tutto marginale, dunque, entrambe le categorie condividono la stessa capacità di farti passare la voglia di vedere come va a finire il film.

Nonostante esistano donne hobbit, le famiglie sono per lo più composte da fratelli, nipoti e zii, tipo Paperopoli. Si riproducono, sì, ma sempre rimpiangendo la fortuna delle amebe che possono evitarsi questa gran scocciatura. Perché mentre un elfo per amore sarebbe disposto a rinunciare alla propria immortalità, un hobbit particolarmente in vena di smancerie al massimo rinuncia a vendere la propria sorella a dei carovanieri di passaggio, o si trattiene dal rubare l'ultimo pasto di un moribondo.

Per tentare di farci abituare a questi esseri orrendi, Tolkien ha adottato lo stesso stratagemma che Canale 5 avrebbe poi ripreso anni dopo nei confronti di Barbara D'Urso: siccome nessun essere umano sano di mente guarderebbe mai un suo programma se ci fosse un'alternativa qualsiasi, ivi compresi documentari in lingua originale sull'elicicoltura in Cecoslovacchia, le hanno ceduto in blocco ogni spazio televisivo a disposizione, in maniera da non lasciare scampo al telespettatore. O al lettore, nel caso di Tolkien.

Parliamoci chiaro: se a trovare l'Anello fosse stato un nano, e non un hobbit incline al rachitismo e alla schizofrenia come Gollum, Il Signore degli Anelli sarebbe stato un gradevole romanzetto di 140 pagine di cui due di azione (quelle in cui i nani fanno un culo così a Sauron vilipendendo i suoi poveri resti con una gara a chi piscia più lontano) e 138 di barzellette sconce ed edificanti aneddoti di guerra, massacri e mineralogia. E tante illustrazioni zeppe di rune, ovviamente.

Invece l'Unico Anello è passato nelle mani di un hobbit dopo l'altro, e sappiamo tutti com'e andata a finire.

Un hobbit non ha ideali, non ha ambizioni, non ha prospettive, non ha fede. Un hobbit vive esclusivamente per usurpare con le proprie maleodoranti natiche le terre da pascolo che altrimenti spetterebbero ai cavalli dei fieri Rohirrim. Vive per ingozzarsi fino a scoppiare, per rintronarsi il cervello di erba come un fattone dei giardinetti ma senza i bonghi, e per bere birra sino a rotolare sotto il tavolo in balia del proprio stesso vomito.

Ma attenzione: dopo aver raggiunto il fondo del proprio boccale un hobbit non rutta mai, perché questo lo renderebbe simpatico e gioviale, e quindi sarebbe un nano. Inoltre, se fosse un nano, sarebbe anche in infaticabile minatore nonché un eccellente scalpellino, oltre che un formidabile guerriero.

Invece un hobbit riuscirebbe a far somigliare a un sergente dei Royal Marines anche un obiettore di coscienza con le infradito e la maglietta di Emergency. Al massimo, ma solo se messo alle strette, un hobbit è in grado di sfoderare Pungolo, una specie di spatola da foie gras con un nomignolo decisamente più adatto a un pene che a una spada.

Un hobbit non suscita ammirazione come un elfo. Un hobbit non fa paura come un orco. Un hobbit non provoca immedesimazione come un umano. Un hobbit non ispira simpatia come un nano. Un hobbit non incute soggezione come un mago. Un hobbit non riesce nemmeno a farti esclamare: «E lui che cazzo c'entra?» come Tom Bombadil. Un hobbit, specie dopo un'attenta e puntuale disamina come quella di cui sopra, suscita esclusivamente conati morali. E talvolta anche quelli veri.

Ecco perché odio profondamente gli hobbit.



venerdì 23 novembre 2012

Galeotto fu il bonobo dall'ano fischierino



Una vita intera a difendere l'ambiente. Ad arrampicarti sulle sequoie. A incatenarti ai cancelli delle discariche. A liberare nutrie. A sdraiarti sui binari dove corre fischiando il treno dei veleni. Rinunci alla ceretta per solidarizzare con l'Amazzonia. Ti iscrivi a kickboxing per somigliare al panda. Ti nutri di rugiada e delle incrostazioni di salnitro che fioriscono sui muri della cantina per non interferire con l'ecosistema sofferente.

Sei un'eroina verde fiera e implacabile che neanche Poison Ivy in quei giorni lì. 

Poi un giorno arriva lui.

Al sit-in di Piccadilly per la salvaguardia del bonobo dall'ano fischierino che hai organizzato con le tue amiche del circolo "We love bush" (ma scritto minuscolo, capisciammé) incroci lo sguardo di quel semidio coi dreadlocks che sembra avere occhi solo per te.

Bello come il sole e libero come l'aria, ma lercio e stazzonato al punto giusto da rendere credibile l'incredibile avventura che ti racconta di aver appena vissuto nell'esotica Birmania, da dove ha appena fatto ritorno dopo aver dato alle fiamme i campi coltivati dai quei crudeli contadini che rubano la foresta alle bertucce dislessiche per coltivare del riso di merda e sfamare i loro mocciosi del cazzo. 'Sti negri.

È subito amore. Travolta da un'insolito destino nel grigio asfalto di Birmingham ti concedi a lui come le foglie del ficus ad un temporale estivo. Capisci che è l'uomo della tua vita quando ti aiuta a riscoprire il significato ancestrale del bird watching e ti introduce alla coltivazione ecosostenibile del tronchetto della felicità. Condividi con lui i tuoi sogni, le tue speranze, il tuo passato e le tue battaglie, il tuo desiderio di un mondo più verde dove la foresta pluviale possa prosperare indisturbata senza tutti quei sottosviluppati dell'Africa subsahariana in mezzo ai coglioni sempre lì a chiedere pane e medicine a noialtri che ci battiamo per cose serie. Tipo i millepiedi costretti a ballare la rumba nei circhi delle pulci.

Lui è l'uomo della tua vita. E non come quel tipo ai tempi del liceo che credevi ti amasse davvero perché avevate visto insieme il sorgere del sole e il fondo di una bottiglia di rum sottomarca, e poi il giorno dopo quando se n'era andato perché c'era l'Arsenal in tv avevi deciso che con gli uomini basta per sempre. Lui è diverso da tutti gli altri.

Decidi anche di presentarlo ai tuoi. Quei due cari vecchietti talmente detonati dall'LSD che si sono allegramente scofanati ai tempi del '68 che quando li vai a trovare ti servono il tè nello stesso bicchiere in cui tengono a mollo la dentiera la notte. E a volte la dentiera la trovi ancora lì, proprio sotto il filtro dell'Earl Grey. «Mamma, papà, questo è XXXXX, e noi ci amiamo» fai tu, entusiasta. «Neoprene bitartrato God save the Queen and her fascist regime uàcciu-uariuà» rispondono loro, ancora un po' confusi. Quindi ti chiedono se gradisci del tè. Gentilmente declini, gli occhi traboccanti d'amore. Comunque va tutto a meraviglia. Lui adora loro e loro stravedono per lui. Tutto va a meraviglia, sembra un sogno che diventa realtà.

Il tuo essere donna libera, emancipata e razionalista, però, fa sì che tu non sia certo una di quelle che credono a qualunque fanfaluca. Tantomeno alle favole stile Uoldìsnei. Tipo quelle secondo cui le scie chimiche sarebbero SOLO scie di condensa lasciate dagli aerei in alta quota, o quell'altra secondo cui il cancro al pancreas NON sarebbe curabile con l'ayurveda. Tzè. Tu hai bisogno di prove inconfutabili. Anche nel campo dell'ammore.

Per cui decidi di mettere alla prova il tuo lui. Il suo attaccamento alla causa DEVE essere più forte di quello verso di te, altrimenti sai che non potrai mai trascorrere al suo fianco il resto dei tuoi giorni senza sentirti tradita come donna, come femminista e come figlia della Madre Terra. E allora gli chiedi la prova d'amore definitiva: se davvero ti ama, il giorno del vostro primo anniversario insieme dovrà rinunciare al romantico tête-à-tête in quel ristorantino macrobiotico che vi piace tanto per venire invece con te e le tue amiche del circolo "We love bush" (sempre scritto minuscolo) a liberare i cagnolini patapuffolosi tenuti prigionieri dal laboratorio farmaceutico. Non potete permettere che dai che ti dai alla fine trovino DAVVERO una cura per la distrofia muscolare, eccheccazzo!

Lui accetta senza nemmeno pensarci due volte, con un entusiasmo e una sicumera tali da far impallidire persino il tuo curriculum decennale di ambientalismo militante. Nottetempo, partite, di nero incappucciati, armati di tronchesi e piedi di porco. Liberté, fraternité, egalité pour les cagnoléns, ou la mort! 

È allora che succede l'impensabile. Dietro le sbarre del lager canino non trovate torme di uggiolanti beagles in cerca di coccole e libertà, ma un plotone di bobbies in assetto antisommossa che prima mettono le manette a te (non senza prima averti allegramente manganellato gli stinchi per un buon quarto d'ora con quel tipico sense of humour così british che li rende così irresistibilmente adorabili), e poi si rivolgono al tuo lui chiamandolo «Sir» e facendogli il saluto.

E la tua storia d'amore e militanza finisce tragicamente con un post su TgCom




venerdì 31 agosto 2012

Generazione Pinocchio



Sono fermamente convinto del fatto che se oggi dobbiamo fare i conti con una generazione di trenta-quarantenni disperati che non sanno cosa fare della loro esistenza e si aspettano che ci pensi qualcun altro a risolvere il dilemma al posto loro, è anche perché da troppo tempo si è persa l'abitudine di leggere ai bambini "Le Avventure di Pinocchio". Credo sia un po' come sostengono alcuni psichiatri dell'età infantile, secondo i quali se non si leggono le favole ai più piccoli, questi matureranno con estrema difficoltà il discernimento tra bene e male, giusto e sbagliato, buono e cattivo, e finiranno con l'essere adulti a metà. Ecco, allo stesso modo ritengo che non leggendo Pinocchio ai bambini italiani, difficilmente questi, crescendo, diventeranno degli italiani perbene, ma resteranno soltanto degli italiani a metà.

L'importanza di Pinocchio come testo di educazione civica per le nuove generazioni del Bel Paese è immensa. E parlo del capolavoro di Carlo Lorenzini, detto Collodi, e non di quell'accozzaglia di buonismo low-cost, personaggi inventati e sonore puttanate che è il cartoon di Walt Disney (un uomo di cultura come il Collodi non si sarebbe mai sognato di descrivere nel suo libro una balena mangiauomini, e difatti nella versione originale lui parla di un pescecane). Non per farne per forza una colpa a Disney, beninteso: è solo che Pinocchio è una storia tutta italiana. Qualunque traduzione, qualunque adattamento, finirebbe comunque per snaturarla, per farle perdere qualche pezzo, qualche tassello importante del suo straordinario messaggio di fondo.

Quale? Beh, è molto semplice: Pinocchio è la risposta letteraria all'esigenza espressa da Massimo D'Azeglio all'indomani dell'unità d'Italia, «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Che non significava semplicemente costruire un'identità nazionale comune da Torino a Catania, da Venezia a Reggio Calabria, passando per Parma, Firenze, Roma e Napoli. Non significava soltanto far parlare a tutti la stessa lingua, far cantare a tutti lo stesso inno nazionale, far pagare a tutti le stesse tasse. Significava soprattutto insegnare ad un popolo bambino, un popolo neonato, quello italiano, per l'appunto, che per abbandonare l'infanzia e raggiungere l'età adulta bisognava imparare a crescere assumendosi ciascuno le proprie responsabilità.

Al di là dei sotto-messaggi e delle tante storielle collaterali, infatti, dal serpente che muore di ictus per il gran ridere, al meschino Melampo, al giudice scimmione con gli occhiali senzsa lenti, il fils rouge della storia principale è bellissimo:
«Pinocchio, studia. Va' a scuola, impara tutto quello che puoi, diventa qualcuno. Fa' la tua parte».
«Non mi va».
«Va bene, Pinocchio: allora impara un mestiere. Va' in bottega, impara tutto quello che puoi, diventa qualcuno. Fa' la tua parte».
«Non mi va».
«E allora, caro Pinocchio, vattelappiànderculo».

Ed è proprio lì che va Pinocchio, appiàrselanderculo, attraverso un'escalation di proverbiali cetrioli che raggiunge il suo climax subito prima che il burattino-bambino si renda conto di ciò che deve fare per redimersi, e quindi cessa. E arriva la redenzione.

Il bello di Pinocchio è che non ci sono principesse, cavalieri, re, principi, regine, duchi, marchesi, dame o imperatori. È tutto un susseguirsi di personaggi talmente normali dal rasentare la banalità, sia nel bene che nel male. Persino la Fata dai capelli turchini non è il deus ex machina della storia, e molto più dei suoi poteri magici può il ravvedimento di Pinocchio nello scioglimento della vicenda. Non ci sono supereroi né supercattivi proprio perché la forza di Pinocchio sta nella sua normalità, nel fatto che, potenzialmente, tutti quanti potremmo essere un po' Pinocchi, e per tutti quanti c'è la stessa via d'uscita.

Pinocchio somiglia tantissimo ai piagnoni della Generazione Perduta, o di uno qualsiasi dei tanti movimenti che a scadenze regolari riempiono le piazze e le colonne dei giornali di lamentazioni, rivendicazioni, slogan e proteste senza che a nessuno venga mai in mente di fare qualcosa per cambiare davvero. Pinocchio viene al mondo convinto che tutto gli sia dovuto, e subito. Pinocchio sa bene quali sono i suoi diritti, e sa altrettanto bene come evitare di compiere il suo dovere. Pinocchio ha fame ma vuole mangiare solo la polpa delle pere che Geppetto gli offre, schifando le bucce e i torsoli. Pinocchio si sente sempre una spanna davanti agli altri, ma riesce soltanto ad inanellare una sequela di gesti stupidi e sconsiderati. Ma soprattutto, Pinocchio arriva ad uccidere il Grillo perché detesta più di ogni altra cosa che qualcuno più saggio di lui gli faccia notare che sta sbagliando tutto.

Menomale che i miei coetanei brandiscono Twitter al posto del martello.

martedì 28 agosto 2012

Un rutto vale più di mille parole



Dopo i blitz della Guardia di Finanza da Cortina a Portofino, a caccia di ferraristi con lo ski-pass e capitani coraggiosi con vascelli fantasma sconosciuti al fisco, il governo prepara il dispiegamento delle Fiamme Gialle dietro i distributori automatici delle bevande gassate.

Secondo il libretto rosso del governo tecnico, infatti, dopo il male assoluto della ricchezza personale viene quello del girovita abbondante. Chi vuole dissetarsi bevendo Coca-Cola, dunque, deve pagare l’accisa sulle bollicine voluta dal ministro alla Morigeratezza Gastrica, Renato Balduzzi.

E mentre la comunità scientifica si divide sull’impatto sociale della Cedrata Tassoni, i tecnici decretano che l’obesità dilagante è un peso troppo oneroso per le magre casse dello stato, e va arginata senza remore. Senza contare che tutti questi ciccioni in giro in Italia rischiano di farci fare una magra figura con i tedeschi, che giustamente vanno fieri della longilinea silhouette della loro Cancelliera.

Tempi duri anche per le gare di rutti tanto in voga tra i buontemponi sin dai tempi del liceo: da oggi potrebbero costare una verifica fiscale.

martedì 21 agosto 2012

Il diavolo veste Prada, il vescovo veste Armani, e tu rosichi perché compri soltanto all'Oviesse



Avesse regalato un bel saccoccione svolazzante a qualche barbuto imam della periferia di Milano sarebbe diventato il nuovo eroe della falange radical chic italiota, quella che nemmeno sotto l'ombrellone mette da parte il vecchio hobby di insegnare agli altri come fare beneficenza con i propri soldi. Invece, lo sprovveduto Giorgio Armani ha commesso l'imperdonabile errore di mettere la sua opera a servizio del vescovo di Mazara del Vallo, realizzando alcuni paramenti sacri per la nuova chiesa di Pantelleria.

Apriti cielo. Su Ripubblica, evidentemente in astinenza da foto del culo di Rihanna, e le multiformi scaglie della falange dell'informazione libbbera è stato subito un profluvio di articolesse sprezzanti sull'attaccamento della Chiesa Cattolica a Mammona, allo sterco del demonio e alle laute prebende. Insomma, la solita tiritera di mangiapreti atei agnostici razionalisti decaffeinati con più latte e meno cacao che non esitano un solo istante ad insegnare la teologia alle formiche, solo per il gusto di salire in cattedra.

Perché lo scandalo, signore e signori, è che Sua Eccellenza avrebbe espressamente richiesto al noto stilista piacentino di contribuire con una donazione in favore della diocesi. E lui, facendo per l'appunto lo stilista, e non l'ingegnere, l'architetto o il decoratore d'interni, ha confezionato una tonaca e un set di manutergi vari. Come direbbe il mio caro amico James Hetfield, «so fuckin' what?». O, per chi preferisse la straripante allegria di Giggi er Ricottaro, «e 'sti cazzi nun ce lo metti?».

Rifolrmulo per i più lenti di comprendonio. Un vescovo chiede ad un esponente di spicco di una comunità una donazione per la chiesa, e questo risponde all'invito dando fondo gratuitamente alla propria arte e al proprio talento. Ora fatemi capire: cosa c'è di tanto sbagliato, di tanto scandaloso, di tanto deprecabile? Avesse usato quei soldi (quali, tra l'altro?) per realizzare una casa di accoglienza per gli immigrati africani con i quali in spiaggia tirate sul prezzo per poter sfoggiare alla bocciofila un falso Armani con 10 euro anziché con i 30 che vi chiede, ai vostri occhi sarebbe apparso un uomo migliore, non è vero? O forse avreste potuto suggerirgli almeno altri 100 modi alternativi per soddisfare la VOSTRA coscienza con i SUOI soldi, magari adottando una mezza dozzina di beagle di Green Hill.

Chi può vedere il male in un gesto di generosità, sono i soliti difensori d'ufficio di quel pauperismo d'accatto della Chiesa, quello che dal Concilio Vaticano II in poi ha fatto sì che i luoghi di culto non fossero più gli scrigni della devozione popolare, testimoniata attraverso l'arte e il bello, ma orrendi casermoni consacrati che farebbero ribrezzo persino al gestore di un'autorimessa o di un bowling. È vero che Dio sta in cielo, in terra e in ogni luogo, ma che qualche moralizzatore a mezzo servizio debba impartire urbi et orbi il decalogo della carità cristiana non sta né in cielo né in terra.

Fosse stato per questi imbecilli, convinti di servire meglio Dio spogliandone le case, non avremmo avuto i gioielli del Rinascimento e del Barocco, non avremmo avuto Michelangelo, Caravaggio e Juvarra, e gli unici motivi per visitare l'Italia sarebbero soltanto qualche vestigia romana e l'imponente quantità di gnocca che si raduna ogni estate all'Acquafan di Riccione. Senza nulla togliere ar Colosseo e alla patata, credo saremmo molto più poveri e insignificanti.

Perché la Chiesa non deve essere ricca soltanto per poter fare meglio l'elemosina come, dove e quando piace a voi. Elemosina che tanto i detrattori continuerebbero a disprezzare comunque, dal momento che ritengono ogni prete un mangiapane a tradimento a prescindere e ogni porporato un dittatore in sottana.

Rifletteteci bene, la prossima volta che entrerete in una chiesa, se non altro per prendere un po' di fresco e sfuggire all'insistenza della zingarella che vi chiede un euro. Osservate bene i fronzoli dorati, scolpiti, decorati, cesellati, dipinti o intagliati che vi troverete dentro. E forse (ma forse) vi troverete a constatare con un certo disappunto che quei doni degli Armani di ieri (che magari si chiamavano Orsini, o Colonna, o Della Rovere), ma anche il sacrificio di centinaia poveri contadini che si levavano il pane di bocca per un'edicola consacrata alla Vergine o un crocifisso d'argento hanno fatto molto di più per l'umanità di quanto non abbiano fatto i 15 euro mal cagati per la vostra t-shirt di Emergency.

venerdì 17 agosto 2012

Regno Unito contro Assange. Ovvero: come trasformare un ladro di polli in un martire


Il peggior errore che si possa fare quando si combatte una battaglia è trasformare il proprio nemico in un martire. Perché a quel punto non importa più quale siano le ragioni del conflitto, la posta in gioco, gli interessi da difendere, la legittimità di chi attacca. Contro un martire non si può mai vincere. Anche spuntandola, è sempre una vittoria di Pirro: se tutto va bene, si finisce come minimo rovinati.

Ecco perché la battaglia politico-diplomatica della Gran Bretagna contro Julian Assange e i suoi numi tutelari ecuadoregni è da considerarsi un totale fallimento sotto tutti i punti di vista, e qualunque saranno gli esiti finali di questo estenuante (quanto inutile) braccio di ferro. Londra è riuscita persino a far peggio di quanto non abbia fatto Roma per il caso dei due fucilieri del battaglione San Marco sequestrati dalle autorità indiane. E ci voleva del bello e del buono per fare peggio di una diplomazia prona ai dettami dell’avversario, incapace di far valere le proprie ragioni sotto qualunque profilo, e talmente pusillanime da preferire il sacrificio stillicida di due militari ad una non ben definita ragion di stato.

Julian Assange è diventato un martire senza nemmeno essere mai stato un eroe. E non ha fatto certo tutto da solo, anzi. Lui ci ha messo l’idea, e la capacità di saper sfruttare l’onda lunga del fenomeno Anonymous, delle ipotesi di complotto, del web come “tana liberatutti”. Ha solleticato la pancia della gente, anche di quella che di per sé non avrebbe mai creduto ai complotti, ma che trova più consolante crogiolarsi nelle teorie più strampalate piuttosto che affrontare l’orrore (quello sì davvero pauroso) della realtà. Ha costruito, di fatto, un impero mediatico fondato sullo spionaggio e sulla delazione, spiattellando cablogrammi privi di rilievo e spacciandoli per notizie, rivelando i rumor dei diplomatici alla stregua di un tabloid scandalistico, imbarazzando i governi e le diplomazie internazionali, e talvolta mettendo a serio repentaglio non solo operazioni importanti come la lotta al terrorismo internazionale o all’integralismo islamico, ma anche la sicurezza e l’incolumità di migliaia di uomini e donne impegnati sul campo. Assange non ci ha detto nulla che non potessimo già sapere attraverso i canali dell’informazione cosiddetta “ufficiale”, se non informazioni di così infimo rilievo che non rendono certo un mistero il motivo per cui i canali ufficiali le avevano ignorate. E, come se non bastasse, non ha avuto il benché minimo riguardo per le sue fonti riservate, non esitando a scaricarle senza troppo complimenti non appena le cose hanno cominciato a mettersi male, come nel caso del soldato americano Bradley Manning, una delle poche fonti “succose” di Assange, finito davanti alla corte marziale dopo aver rivelato esposto al mondo intero, nemici compresi, le vite di migliaia di suoi commilitoni.

Ma per riuscire a fare di un ciarlatano un eroe, e di qui un martire, serviva solo l’ottusità dei suoi nemici. E di questa, ahinoi, ce n’è stata a bizzeffe. A cominciare dai mezzi di informazione e dal loro peccato d’orgoglio: con la vista annebbiata dall’improvvisa notorietà di Assange, i giornalisti hanno completamente dimenticato il lavoro di tanti onorabilissimi colleghi che hanno trascorso la propria esistenza andando sul serio a caccia di notizie e sono corsi dietro al Pifferaio di Townsville dando eco a qualunque sua esternazione. Dopo di loro sono venuti i governi, troppo indispettiti e impanicati dal fatto che qualcuno fosse andato a rovistare nella loro spazzatura per prendersi la briga di verificare che cosa quel qualcuno avesse effettivamente pescato.

E, si sa, quando si va nel panico, complice forse anche una notevole coda di paglia, si commettono errori madornali. Come quello di perseguitare un soggetto come Assange non per le sue colpe, ovvero quelle di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale, il diritto alla difesa e gli interessi economici di più d’un paese, ma per qualche assurdo cavillo montato ad arte in malo modo, come l’improbabile accusa di stupro in Svezia, una teoria che fa acqua più di un colabrodo. Un parallelismo, anche se un po’ stiracchiato, si potrebbe fare con il caso delle Pussy Riot in Russia: nessuno, salvo forse qualche sedicente intellettuale in cerca di visibilità, si sarebbe mai schierato con una manica di sciacquette pseudofemministe che fanno irruzione in una chiesa per abbaiare qualche “vaffa” a tempo di musica. Ma se le stesse sciampiste di cui sopra vengono sbattute in galera alla stregua dei terroristi ceceni, allora diventa facile scatenare l’indignazione nazionalpopolare. Adesso che la frittata è fatta, non resta che incrociare le dita sperando che i danni siano i più limitati possibili. Alla Gran Bretagna, invece, non resta nemmeno questa speranza, ma solo la più clamorosa figura barbina della storia contemporanea.

Comunque vada a finire, il Regno Unito passerà per lo zimbello delle diplomazie mondiali. Facendo irruzione nella sede diplomatica di Quito a Londra per prelevare Assange, infatti, gli inglesi si abbasseranno agli occhi del mondo alla stregua di uno stato canaglia. Non facendolo, e limitandosi ad abbaiare davanti al portone di quell’appartamento 3B in Hans Crescent 3, verranno ricordati come gli scalcagnati eredi dell’impero vittoriano, che ieri dominavano il mondo e oggi non riescono a farsi consegnare un ladro di polli da una nazione sudamericana con un sesto della loro popolazione, ed un ventesimo del loro Pil.

giovedì 9 agosto 2012

Schwazer, i forconi e la sindrome di Bambi



Il giorno in cui è stata diffusa la notizia che Alex Schwazer, campione olimpico in carica nella 50 km di marcia, era stato squalificato per doping, c'era una fetta consistente di italiani che avrebbe voluto impiccarlo al pennone più alto, manco fosse il pirata Barbanera. Per poi dopo scuoiarlo, metterlo sotto sale, e sacrificarne i resti al dio azteco della guerra Qegakdkjahgsegcachkthsuhavatl. Persino la frangia italiana di Anonymous, che di recente si sta occupando di tutto tranne che di fare il lavoro di Anonymous, e invece mette il becco ovunque manco fosse lo spin doctor di Daniele Capezzone e Alda D'Eusanio, ha voluto firmare a modo suo la firma nel linciaggio mediatico dell'ex eroe decaduto al rango di caccapupù nazionalpopolare.

Il giorno dopo, quello dell'intervista al Tg1, della confessione in eurovisione, delle lacrime e dell'autoflagellazione pubblica, quella stessa fetta di italiani voleva strapazzarlo di coccole come Topo Gigio, e consolarlo a suon di carezzine sul capino biondo e paterne pacche sulle magre spalle scosse dai singhiozzi e dai conati del rimorso. Dal mostro di Rostov a Bambi, nell'arco di 24 scarse.

A questo punto i casi sono due: o sono io che sono strano, cosa che non mi sento di poter escludere a priori, oppure l'opinione pubblica pullula di teste di cazzo. Sta di fatto che dopo due giorni di questa merda proprio non ce la faccio a sopportare anche la terza puntata, quella dello sdegno comprensivo, e della retorica del ragazzo «cinico e ingenuo» (che, se per caso non ve ne foste accorti, equivale per coerenza a definire uno «sionista e antisemita») che oggi anima gli editoriali della stampa buonista e, diciamocelo, anche un po' bigottona.

Che cosa ne penso io? Ammesso che glie ne freghi davvero a qualcuno, penso che Schwazer sia solo un debole. Non un criminale, non un santo, né un peccatore redento. Soltanto un debole. Con tutto ciò che questo comporta. Vi pare poco? Non lo è. Perché Schwazer non ha scelto di fare il panettiere, il postino, il barista o il professore di matematica. Ha scelto di fare lo sportivo. E lo sport è l'ultimo fenomeno umano dove, seppur sotto forma di allegoria, si palesa in tutta la sua magnifica e inarginabile potenza la selezione naturale: i più forti vincono e si prendono tutto, i gregari si accodano al vincitore sul podio per brillare della sua luce riflessa, e per tutti gli altri sono solo lacrime e stridore di denti, fino all'inevitabile trapasso. Metaforico e allegorico, of course, ma pur sempre trapasso. Per farla più semplice: lo sport è competizione, ergo lo sport ai massimi livelli significa competizione ai massimi livelli. E chi non ce la fa, cade.

È brutto? È ingiusto? È politicamente scorretto? È disapprovato dal Moige? Ma per la miseria, è sport. Chi mai si appassionerebbe ad una mammoletta che si lamenta per il male ai piedi o perché gli avversari lo prendono in giro? Chi tiferebbe per il folle che manda all'aria di proposito la gara della vita, fosse anche per una nobile causa come sensibilizzare i tifosi su questo o quel male del pianeta? Santo cielo, persino gli atleti neri americani che protestavano contro la segregazione razziale hanno sollevato il pugno chiuso soltanto una volta sul podio, dopo aver fatto un culo così al resto del mondo, e non prima. PRIMA hanno vinto, e POI hanno protestato. Perché «La gente vuole solo goal», come cantava sacrosantissimamente il profeta Helios. Perché l'importante è sempre stato vincere, alla faccia di quel grandissimo paraculo di De Coubertin, che se gli atleti lo avessero mai preso alla lettera oggi il record dei 100 metri piani lo deterrei io con un minuto e 45 secondi, una cocacola mezza sgasata in una mano, un doppio cheesburger nell'altra, e la mutanda smollata. Per questo un vero campione oltre al fiato, alle gambe (ma a volte non servono nemmeno quelle, Pistorius docet) e al talento deve avere carattere. Quel carattere che ti serve a reggere la pressione della sfida, a sopportare gli sfottò degli avversari, a capire quando è arrivato il momento di spingere al massimo e anche quando invece arriva il momento di dire basta.

Rispetto a tanti altri atleti, Alex Schwazer ha avuto il coraggio di prendersi le sue responsabilità, anche se mi resta il fiero dubbio che non l'abbia raccontata poi proprio tutta giusta. Sostenere che la dinamica che ci ha rifilato in rassegna stampa faccia acqua da tutte le parti, infatti, sarebbe come dire che Platinette non è proprio una donna. Ma vabbé, accontentiamoci della confessione in diretta nazionale così com'è stata. Rispetto a tanti altri atleti, però, Alex Schwazer non ha avuto il coraggio di essere un campione fino in fondo. E quindi A) giocarsi il tutto e per tutto su quel maledetto asfalto, senza aiutini chimici, e salutare la propria carriera venendo ricordato come l'ultimo atleta morto nel tentativo di difendere a tutti i costi un oro olimpico che amava più di se stesso; oppure B) salutare tutti con almeno due mesi abbondanti di anticipo, annunciando il ritiro per manifesta non-ce-la-faccio-più, e facendo un grande in bocca al lupo ai compagni di squadra, "con un grazie particolare al mio allenatore, alla mia fidanzata, alla mia mamma e al mio sponsor che mi sono sempre stati vicini".

Fine della storia.

mercoledì 8 agosto 2012

Sbiancaneve e lo zingaro di Snatch



L'idea di partenza era buona: trasformare una favola pallosa come quella di Biancaneve (una sorta di velina ante-litteram ammantata di una regalità esclusivamente dovuta alla schizofrenica araldica Disneyana, che deve riconquistare il suo regno facendo valere la sua dote più importante, ovvero essere la più figa di tutte, alla faccia delle femministe brutte, basse e pelose che si pettinano come Germano Mosconi) in un bel racconto gothic-noir-splatter-vieniquichetisbudello. Cacchio, l'idea era così buona che persino i Vanzina sarebbero riusciti a cavarne fuori un filmone da Oscar, anche lo avessero infarcito fino alla nausea di scuregge, puppappèra e malimortaccitua vari.

Invece no.

Rupert Sanders (e già da uno che si chiama come l'orsacchiotto di Stewie Griffin bisognava aspettarselo) ne ha sfornato una via di mezzo tra un monologo fuori sinc di Enrico Ghezzi e l'eutanasia praticata con un seghetto da traforo. Siccome menarla per 127 minuti (che sono poi l'equivalente di due ore e un coito medio, eh) con la storia di «Chi è la più bella del reame? Io, no tu, no, io, no lei, muori, no muori tu» era francamente impensabile, questo genio incompreso (persino da se stesso) del regista ha pensato bene di infilarci in mezzo tutte le copiature (pardon, citazioni) possibili e immaginabili da "Il signore degli Anelli", "Le Cronache di Narnia", "Avatar", "Un jeans e una maglietta" (vedasi a questo proposito il fratello della regina cattiva). Senza contare che ci sono più tempi morti in questo film che ne l'Intervallo della Rai con le pecorelle che brucano sul prato e le rovine greche sullo sfondo. Venendo ai dialoghi, c'è da dire che è stato un bel gesto farli scrivere ai ragazzi in riabilitazione dopo un incidente stradale. In fondo è anche con film come questi che si sensibilizza il pubblico sul pericolo delle stragi del sabato sera.

Ma la cosa peggiore (o migliore, a seconda del livello di masochismo del lettore) sono i personaggi. Che ora andremo sinteticamente a descrivere:
- Biancaneve: È la tizia di Twilight (e va beh...), la sua massima aspirazione artistica può essere solo diventare l'Asia Argento californiana, ha la verve recitativa del mio scaldabagno elettrico e la faccia di chi era andata al Sert a ritirare la propria dose di metadone ma purtroppo aveva trovato chiuso. Limona gente a casaccio senza sapere bene il perché, ed esorta gli uomini alla battaglia finale con un monologo che, più che somigliare a quello di Braveheart, come avrebbe voluto, sembra essere la giaculatoria di una beghina durante una messa di trigesima.
- Il Cacciatore: è lo zingaro di Snatch interpretato da Brad Pitt. U-GUA-LE. È sempre ubriaco, si esprime in modo incomprensibile, però non gli piacciono i coni e, quel che è peggio, non ha nemmeno i soldi per vivere in una roulotte.
- La Regina Cattiva: Si chiama Ravenna. E non faccio battute toponomastiche perché ormai le hanno fatte tutti quelli che hanno recensito il film prima di me. Ad ogni modo è una topa stellare anche con le rughe, e il fatto che debba uccidere della gente per rimanere tale e conservare il suo potere non fa altro che confermare quanto lei sia una persona migliore di voi.
- I Sette Nani: A parte che sono otto, ma poi uno muore e mette le cose a posto. Somigliano ad agricoltori del Midwest (manga loro soltanto il berretto della John Deer e le lattine di Bud schiacciate sulla fronte come ostentazione di virilità), si chiamano come agricoltori del Midwest (uno di loro si chiama Gus), parlano come agricoltori del Midwest (mancano solo gli appassionanti monologhi sul granturco), e hanno la vis comica del ministro Giarda quando si gratta le orecchie.

La cosa migliore di tutto il film è che a un certo punto a metà del primo tempo è partito il condizionatore del cinema (il motore di un vecchio B-25 Mitchell residuato bellico della II Guerra Mondiale riadattato alla bisogna) e il rombo ha impedito di comprendere fino in fondo i dialoghi. Ma temo che questo optional non venga offerto da tutte le sale, solo in quella in cui sono andato io. Se proprio dovete scegliere tra investire 7 euro nel biglietto del cinema o andare in ferramenta comprando l'equivalente in viti, consiglio la ferramenta. Anche ingerendole, le viti sono sempre la scelta migliore.

lunedì 6 agosto 2012

La verità è che non ve ne frega un cazzo



Se c'è una cosa peggiore dell'essere parte di una generazione di cialtroni, e quella di essere rappresentati proprio dai più cialtroni di tutti. Ora, non so se voi nelle ultime settimane abbiate messo il naso fuori da quella cassapanca in arte povera all'interno della quale trascinate le vostre inutili esistenze, ma pare che l'attuale primo ministro abbia definito i trentenni italiani «una generazione perduta». Ecco, non si sa se l'abbia detto veramente o se glie l'abbiano solo attribuito, come ormai è prassi consolidata in Italia. Il fatto, però, è che ha maledettamente ragione. Anche se io, al posto di Mario Monti, più che di generazione perduta avrei parlato di generazione di cialtroni. Perché nel mio vocabolario i perduti sono quelli senza speranza, mentre i cialtroni sono quelli che di speranze ne hanno (magari pochissime, ok, ma ne hanno), il problema è che non frega loro un cazzo.

Già, miei piccoli amici trentenni o giù di lì: la verità è che tutto sommato non ve ne frega un beneamato cazzo. Né della laurea, né del lavoro, né di farvi una famiglia. Perché tanto c'è sempre una giustificazione a portata di mano che potrete sventolare davanti al vostro fallimento: la crisi, Berlusconi, Monti, Draghi, le banche, Berlusconi, il terzomondo, Cassano, Berlusconi, i rettiliani, Maria De Filippi, Berlusconi e anche un po' stocazzo. Prova ne sia che quelli che si laureano in tempo mentre contemporaneamente lavorano otto ore al giorno (perché non si iscrivono su Facebook a pagine di zecche frustrate in cerca di assistenzialismo da prima repubblica) si sposano a 26 anni con un lavoro di tutto rispetto e uno stipendio dignitosissimo con il quale potranno realizzare per loro e per i loro figli tutti i desideri che voi potrete solo scrivere sul diario di Poochie.

E poi arrivano quelli di "Generazione perduta". I movimentisti della domenica che si sbracciano per mendicare un briciolo di attenzione spolverando una retorica da Bar dello sport e dicendo che è arrivato il momento di dire basta. A cosa non si sa, l'importante è dire basta. Il presidente del consiglio dice che la loro è una generazione perduta e questi rispondono che non hanno perso, è solo che non hanno ancora cominciato a giocare. Ma Gesù santissimo: hai trentacinque anni, non hai più uno straccio di capello in testa, hai un lavoro di merda e persino l'esistenza dei lemming è più accattivante della tua, e mi vieni a dire che non hai ancora cominciato a giocare? Si può sapere, di grazia, che cosa accidenti aspetti? Che l'arbitro fischi il 90°? O che il presidente del consiglio di cui sopra faccia un favore al mondo, ma soprattutto a me, mandandoti in miniera a grattare il talco a mani nude?

Che poi uno ci prova anche ad essere accomodante con questa manica di imbecilli, e si va a leggere il manifesto. E poi scopre che non solo aveva ragione da vendere ad incazzarsi, ma avrebbe dovuto incazzarsi di più. È tutto un profluvio di "impegnamoci", "prendiamo in mano il nostro destino", "facciamo la nostra parte", "è il nostro momento", e così via. Scusate, anime sante, ma fino ad oggi dove accidenti siete stati? Avete dovuto aspettare le soglie dell'andropausa perché tra la segatura che riempie gli spazi vuoti della vostra scatola cranica si insinuasse il tarlo del dubbio che forse tutti quanti al mondo hanno uno scopo che va ben oltre l'happy hour del venerdì?

Ma andiamo avanti. Perché si parla di merito, meritocrazia e altre cose belle di quel tipo lì. Con una particolarità, però: nel senso che il "merito" così come lo intendono lorsignori è "quella cosa che fa sì che io lavori e abbia uno stipendio, e poi chissenefrega di cosa so fare o quanto sono capace". Eh già. E poi avete anche il coraggio di mettere al primo punto del manifesto che pretendete rispetto. Ma rispetto per che cosa? Perché riuscite a non scoppiarvi a ridere in faccia ogni volta che vi guardate riflessi dentro l'acqua del water?

La verità, signori miei, è che non ve ne è mai fregato un cazzo di nulla, ma vi vergognate come ladri ad ammetterlo. Quando il vostro mojito ha poco ghiaccio o troppa menta sapete farvi valere, ma quando si tratta di cose serie vi sentite in diritto di aspettare che siano gli altri a risolvere i problemi al posto vostro, mentre voi ostentate discese in campo fittizie che durano quanto un post su un blog. Avete più rispetto persino per i beagle di Green Hill che per le vostre battaglie. E tutto sommato non dovreste lamentarvi, visto che nonostante tutto la vostra sorte è immeritatamente migliore della loro.

Quello che mi fa incazzare non è tanto che non abbiate voglia di fare un cazzo e di conseguenza non sappiate fare un cazzo, ma il pensiero che fra dieci anni potrei anche dovervi pagare il Tavernello con i sussidi presi dalle mie tasse.

Ps: Caro lettore, se per caso ti senti offeso da questo post è solo un problema tuo. Quindi non mi scocciare con i tuoi commenti autocommiseranti per spiegarmi che se sei al 19° anno di Scienze della Metempsicosi Coatta è solo perché sei costretto a pagarti da solo gli studi con l'impiego da fermacarte umano nell'azienda di tuo zio.

mercoledì 11 maggio 2011

A questo punto, meglio l'Inquisizione

Il fantomatico terremoto di Roma sta vagamente cominciando a ridurmi le gonadi alla julienne. Ma solo un po', eh. All'inizio è divertente, come tutte le leggende metropolitane attorno alle quali si crea un briciolo di sano chiacchiericcio. Tipo come la Juve che l'anno prossimo può tornare a vincere. Alla lunga però stufa. E poi a un certo punto non se ne può più, partono i nervi, seguiti a ruota da malcelata stizza e raffiche di sani vaffanculo.


Mi capita anche con le maghe e le loro palle di cristallo (bizzarro: si rompono quasi sempre prima le mie...), gli oroscopi con ascendenti, ascensori, montacarichi e carrucole; l'omeopatia, che pure la peste si porta via; i corsi motivazionali, che ti spiegano che non sei per davvero sfigato, codardo e imbelle, ma solo diversamente determinato; e tutte quelle altre cose che mi fanno pensare che il 12 ottobre 1492 come fine del Medioevo sia, purtroppo, soltanto una data convenzionale.

Il tutto perché un tale Raffaele Bendandi, sciroccato semianalfabeta che definire sismologo dilettante sarebbe come definire me astronomo dilettante solo perché fin da bambino so che Orione è quella che assomiglia ad una caffettiera moka, ha abbaiato qualcosa sul fatto che a generare i terremoti sia l'attrazione gravitazionale di satelliti e pianeti, un po' come per le maree. E giù teorie sull'esistenza di pianeti sconosciuti (rimasti sconosciuti perché non esistono) e previsioni su terremoti (rimaste cazzate perché non si sono mai avverate). Però, sai, l'ha detto Bendandi. E siccome l'italiano medio è uno che preferisce farsi spiegare il nucleare da Samuele Bersani e Caparezza piuttosto che da Umberto Veronesi e Tullio Regge, oggi dobbiamo scappare tutti ai Castelli al grido di "Mille e non più mille, ma solo per le prime trenta telefonate!". Fatemi un favore, andate a cagare.Ma non disperdete nell'ambiente tutto quel ben di Dio. No, per carità: fatela in mano, e poi prendetevi a schiaffi come antidoto alla vostra imbecillità.


Per quanto mi riguarda, se proprio medioevo deve essere, allora rivoglio l'Inquisizione spagnola. Dovrei dire addio alla libertà di pensiero, ai lumi e alla ragione, ok, ma almeno mi potrei togliere una grossa soddisfazione: quasi tutti questi cialtroni ignoranti sarebbero bruciati per primi.

lunedì 28 febbraio 2011

The terminal






Risveglio. O forse sarebbe meglio dire rinvenimento. Buongiorno principesso. Che ore sono? Bah, forse le sei, forse le sette. E chi lo sa? Sono bloccato da ieri a mezzanotte all'aeroporto di Bucarest, perché sul volo qualcuno si è lestofanteschevolmente inguattato il mio portadocumenti. Con tutti i documenti dentro, of course.

E' accaduto tutto con l'ineffabilità silenziosa ed al tempo stesso solenne dell'Inevitabile: un attimo prima c'era, l'attimo dopo non c'era già più. Inutile lambiccarsi troppo sull'ineluttabilità delle cose passate, quando occorre raccogliere le forze per affrontare le complesse sfide di cui si costella ora il presente.

Devo aspettare le 9 perché dall'ambasciata un grigio burocrate qualsiasi, che ottimisticamente mi figuro più solerte e alipede di quanto non sia effettivamente plausibile aspettarsi, mi restituisca un'identità valevole per gli europei di Shengen. La mia e' stata una nottata pittoresca, trascorsa praticamente insonne in un luogo in cui transitano con disinvoltura varie tipologie subumane che avrebbero dato parecchi rimuginevoli grattacapi a Lombroso. Ora sto sorseggiando un caffè fatto con orripilanza tostata e macinata, polvere di scaffale di biblioteca e pelo di gatto, e sono in botta da after come non mi capitava dai tempi delle libagioni goliardiche o delle discoteche estive. Ho appena visto un tizio pagare una cocacola con millemila banconote da un milione di sesterzi romeni e sono perplesso. Ah, la barista non porta il reggiseno, ma ancora non sono riuscito a collegare questo dettaglio con il resto del Grande Disegno Universale che mi si dipana intorno.

I poliziotti di frontiera, un turno dopo l'altro, sono tutti estremamente cortesi, manifestano un'inusitata educazione nel blaterare borborigmi nello stesso inglese atroce che fino a ieri credevo essere mia assoluta prerogativa, e palesano una professionalità impeccabile. Mi hanno offerto un pusigno di fortuna con sandwich e acqua, di cui non sentivo la necessità ma che tuttavia mi ha rifocillato moralmente ben più di quanto avrebbe potuto farlo metabolicamente. Ligi al dovere, di tanto in tanto passano a buttare un'occhiata discreta alla mia persona, per sincerarsi che tutto proceda secondo il regolamento: ovvero che me ne stia al mio posto, senza dileguarmi alla chetichella nella nevosa notte romena, magari sublimando subdolamente come un panetto di ghiaccio secco sul palco di un concerto dei Kiss.

Nonostante le premure di cui sopra, mi pare di indovinare nei loro sguardi quei lampi di delusione di chi proprio non si capacita di come tu ti ostini a non offrire loro nemmeno la minima ombra di pretesto per farti legalmente gonfiare di randellate con lo spalmacrani d'ordinanza, che, già che è li', pagato da contribuenti ancora in convalescenza da decenni di socialismo reale, perché gli dobbiamo fare prendere la polvere, che è maleducazione? Saranno retaggi Ceauseschiani non ancora del tutto sopiti, o sarà il sottoscritto che interpreta erroneamente normalissime manifestazioni cliniche di congiuntivite e presbitismo come lampi di delusione. Sarà che la sonnanza ha già da tempo superato i livelli di guardia oltre i quali i manuali di sopravvivenza e Famiglia Cristiana suggeriscono di allertare la protezione civile e le dame di San Vincenzo, o saranno pure i Lou Dalfin che mi fanno compagnia dalle cuffie dell'iPhone, con virtuosismi di ghironda che male si amalgamano al contesto generale. Sara' quel che sara', ma io sono ancora qui con tutto il mio smarrimento esistenziale ad aspettare che si facciano le 9...

lunedì 24 gennaio 2011

Se non firmi non vale



La valigia sul letto è firmata Vuitton
e l'occhiale dorato che trasuda bon ton
con l'orgoglio guerriero del rivoluzionario
firmi un bell'elzeviro di plauso alla D'Addario

Ma l'exploit di eleganza con Battisti l'hai dato
e per Lula il Carioca l'appellino hai firmato
il compagno che sbaglia assassino non è
se di libri noir poi ne scrive due o tre

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
e del resto siglasti il tuo esordio da dotto
con la chiave katanga e la P38

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
dentro quella valigia
più di un morto ammazzato
non puoi insabbiare

Fa' alla storia una chiosa e rimescolala un po'
poi dichiara: "In Italia libertà non ne ho".
Perché quello che conta, tra il dire e il fare,
è strappare un assegno ad un altro editore

Se non firmi non vale
non sei un intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
e del resto siglasti il tuo esordio da dotto
con la chiave katanga e la P38

Se non firmi non vale
non sei intellettuale
se non firmi non vale
lui non è criminale
dentro quella valigia
più di un morto ammazzato
non puoi insabbiare

venerdì 27 agosto 2010

Infornare per resistere


Il est fou. Il est bizarre. Già. Nell'era post-bloggeriana dei social network siamo sempre più martellati DA pittoreschi indivudui o congreghe che, animati dalla sacra facie del giornalismo d'inchiesta, smaniano per informare le masse su tutto ciò che il regime tiranno e oscurantista vorrebbe impedire loro di apprendere. Eppure è ben strano che, quelle stesse masse schiavizzate assetate di informazione che suggono la preziosa conoscenza dalle penne mai dome di queste improvvisate gole profonde siano le stesse che, davanti ad un edicola, si limitano a sorseggiare di malavoglia l'almanacco del sudoku.

Bramiamo smaniosamente la libera informazione ma in realtà non sappiamo che farcene, anzi, ci fa anche un po' schifo. Altrimenti, se così non fosse, ci basterebbe leggere più giornali. Sì, perché se per informazione libera si intende la possibilità di conoscere ed essere aggiornati su ciò che accade, signori miei, allora siamo ampiamente serviti, e i canali sono così numerosi che c'è solo l'imbarazzo della scelta. Pensate, possiamo addirittura ammirare il panorama con le lenti colorate della sfumatura che preferiamo, se i prati sempre verdi e i cieli sempre azzurri ci vengono a noia. Ma se invece per informazione libera si intendono "Tutte le notizie così come l'ascoltatore di turno vorrebbe sentirsele raccontare, e non ha mai osato chiederle", beh, qui c'è un problema di fondo. Per lo meno a livello di significato.

Così come è c'è un problema di fondo, di nuovo, quando gli stessi che lamentano di essere tenuti all'oscuro di tutto da parte del mondo dell'informazione ufficiale poi non comprano un giornale nemmeno sotto la minaccia di una pistola spianata. Sfido io. E' un po' come la barzelletta del padre di famiglia napoletano sul lastrico che ogni mattina prega San Gennaro perché gli faccia vincere un terno al lotto, sino al giorno in cui il santo, esasperato, sbotta: "Ia', 'uagliò, e va 'bbuono, però ggiocace almeno 'na vota a 'sto lotto!".

Ultimo esempio, ma solo in ordine di tempo, la sfilza di presunti scoop del sito web Wikileaks, salito alla ribalta delle cronache semplicemente per aver raccontato tutte in una volta le notizie che, per sei o sette anni, giorno dopo giorno, gran parte dell'opinione pubblica si era semplicemente rifiutata di ascoltare, per disinteresse o per ignavia, dai canali di informazione ufficiali. Che, se ci pensate bene, è come se un ex studente svogliato e bigione, leggendo anni dopo il liceo un bel libro sulla Storia del Risorgimento, se ne uscisse con un: "Ehi, ma queste cose non me le aveva mai raccontate nessuno!". Ma sempre sulla stessa lunghezza d'onda, tanto per intendersi, viaggiano anche le cosiddette "rivelazioni" contenute nei sedicenti romanzi dell'autore americano Dan Brawn, forse tra i più abili minipimer di ovvietà che l'umanità abbia mai avuto il privilegio di conoscere.

E allora, specie nel Paese in cui meglio che in qualunque altra parte del mondo ci si rifiuta di leggere i giornali e poi si accusano i giornalisti (ma solo quelli veri) di non fare il loro mestiere, ecco fiorire come i bucaneve a marzo gruppi e gruppuscoli di agguerrite parodie della premiata ditta Woodward & Bernstein, che spopolano rivelando come esoteriche verità notizie vecchie come l'asse del cesso, oppure "pompate" a suon di steroidei dati fasulli per renderle più scandalose (ergo più appetibili) per le orecchie di chi solitamente disdegna cibarsi la semplice realtà dei fatti senza condimento e spezie, o ancora semplicemente inventate, con l'idea che la libertà di informazione sia un lasciapassare sufficiente e necessario ad interpretare il vero ad uso e consumo dello scrivente.

Infornare per resistere, dunque. E buon appetito a tutti.

giovedì 13 maggio 2010

Le ricette di suor Dina Zione - Frittatona alla Boia Vigliacca



Ingredienti per due persone affamate e senza scrupoli:

- 7/8 uova intere
- salame piccante o salsiccia napoletana a piacere (ricordate che tanto, prima o poi, la morte arriva per tutti, e non è nemmeno detto che i Maya avessero poi tutti i torti. Quindi, in fondo, che ve ne frega?)
- una presa di sale
- una ferma presa di posizione contro le dottrine Herbalife
- cipolla
- peperoncino

Tagliate il salame a cubetti, badando bene di non affettare nel contempo anche le vostre falangette. La loro inattesa presenza, infatti, oltre a condizionare il sapore del manicaretto, potrebbe inficiare sulla vostra capacità di seguitare nella sua corretta preparazione. Sottoponete allo stesso trattamento anche la cipolla. Non badate alla lacrimazione copiosa, a meno che questa sia dovuta all'incauta cesura delle vostre dita.

In una capiente scodella, procedete a rompere le uova, evitando possibilmente di rompere anche le palle. Accertatevi preventivamente della loro identità: se sono tozze, dal colorito verde-bruno, l'odore vagamente dolciastro, il guscio insolitamente morbido e coperto da leggera peluria, desistete: sono kiwi.

Con l'ausilio di una forchetta, un cucchiaio, un eripice, un protodeionizzatore quantico ad impulsi gamma/b negativi o un segretario provinciale del Partito Umanista, rompete i tuorli e mescolateli agli albumi fino ad ottenere un'amalgama uniforme. Nel caso i vostri albumi siano incompleti, chiedete le figurine mancanti a: Panini Spa, Viale Emilio Po, 380 - 41126 Modena, Italia, allegando il corrispettivo in francobolli. Salate a piacere.

In una padella dalle dimensioni sconcertanti, fate soffriggere salame e cipolla, spruzzando di tanto in tanto il tutto con un dito d'acqua per evitare che i dadini si attacchino alla padella, ma soprattutto per creare quei simpatici effetti fumogeni che fanno tanto Blade Runner e divertono molto i bambini. E anche voi, diciamocelo.

Quando ritenete che la temperatura della padella sia alta quanto basta (potete sincerarvi voi stessi del livello appoggiando forzosamente la mano di un passante - e in cucina chi non ne ha? - su di essa, sapendo che il livello di decibel dell'ululato belluino che ne conseguirà è direttamente proporzionale alla gradazione in Celsius), versate il preparato oviparo di cui sopra.

Lasciate che la superficie ribollente cessi di somigliare alle temibili Paludi di Mordor e si solidifichi, dopodiché provvedete a rivoltare la frittata per consentirle di raggiungere una cottura uniforme e scongiurare inopportune bruciature, brutte a vedersi e, sovente, anche letali a mangiarsi. Se siete donne, l'operazione in questione non dovrebbe risultarvi complessa. In caso di difficoltà, immaginate una conversazione standard con il vostro partner e vi sovverrà immantinente una scappatoia con la quale cavarvi d'impiccio.

A cottura ultimata (se la frittata comincia a fiammeggiare emanando afrori simili a quelli di un termovalorizzatore, lampeggiando al pari di una manifestazione satanica di livello 6, significa che la cottura era già ultimata vagamente circa suppergiù due ore e trenta minuti prima. In tal caso è opportuno ripetere l'intera operazione dall'inizio, magari consultando con più attenzione l'orologio. E l'esorcista) servire su piatto piano e ampio. Si raccomanda di non servire su piano ampio e piatto, o Giovanni Allevi potrebbe seriamente aversene a male e non rivolgervi più il saluto.

Cospargete di peperoncino a piacere, ricordandovi che, però, il mattino successivo una forma di minzione più o meno copiosa avrà comunque luogo, e allora sarà poi troppo tardi per rammaricarsi di eventuali eccessive liberalità, e non dite che non vi avevo avvisati.

Accompagnate con abbondante birra gelata e ad alta gradazione. Rutti bitonali da portuale possono essere un'adeguato accompagnamento sonoro, specialmente se in mancanza di Brandeburghesi in cuffia, tuttavia se ne sconsiglia l'elargizione in caso il desinare venga servito in occasione di una conviviale del Rotary.

Buon appetito!