martedì 30 marzo 2010

Viola di bile



Pasdaran di viola ammantati, ma guardatevi...

Al posto di farvi un sano esamino di coscienza sul perché le urne vi abbiano così sonoramente punito, siete lì, biliosi, con la bava alla bocca a insultare gli avversari nel puerile tentativo di imporre l'ennesima, mai richiesta lezione di ignobile moralismo fariseo. Ben vi sta. Vi credete i numi tutelari della democrazia, e sono gli stessi principi democratici a vedervi pesantemente battuti. Parlate di libertà con la stessa cognizione di causa con la quale Ermete Trismegisto avrebbe potuto discorrere di cibernetica, ed è lo stesso spirito di Libertà e di autodeterminazione che si è ribellato con orgoglio al vostro becero tentativo d'irregimentazione del pensiero, ripetutamente sbraitato in piazza sino alla nausea attraverso i cappi e le manette sventolati come agghiaccianti feticci rievocazione dei pogrom. Ora vomitatemi pure addosso tutto il vostro impotente livore. Guaite pure a distesa la vostra rabbia dal serraglio in cui voi stessi vi siete rinchiusi. In fondo, l'unica maggioranza che potrete mai ottenere senza prevaricazione e sotterfugio è quella in scala di decibel delle vostre urla d'odio cieco.

Con pena e compassione.

lunedì 29 marzo 2010

Mecenatismo prêt-à-porter



Uno dei precetti che più mi sono rimasti impressi della mia formazione cattolica ricevuta in gran parte in famiglia e, in seguito, attraverso qualcosa come 12 anni di scuole religiose (evviva i Fratelli delle Scuole Cristiane, una sorta di parà della pedagogia, che mi hanno convinto a lanciarmi tra le braccia della Conoscenza con lo stesso entusiasmo con cui a Pisa un sergente istruttore convince la recluta a saltare fuori dal portellone di un C-130) è il concetto di solidarietà. Parola usata ed abusata, troppo spesso glassata di un buonismo peloso e interessato, altre volte, invece, guardata con superstizione come feticcio in grado di sistemare le coscienze sporche. Eppure, se ben ricordo, la solidarietà dovrebbe essere altro. Qualcosa che non è semplicemente prendersi cura o aiutare il prossimo liberandosi del superfluo, ma deve per forza comportare un minimo di sacrificio, una rinuncia, insomma, una privazione da parte del soggetto donante, per quanto infinitesimale, a fronte di un beneficio, per quanto anch'esso infinitesimale, per il soggetto destinatario del dono.

Sono iscritto ad una sorta di raccolta punti-fedeltà promossa da un noto gestore di telefonia cellulare. Per ovvie ragioni non posso nominare il marchio, indi per cui vi dirò solo che è omonimo del noto regista Burton. Ad ogni modo: oggi, alle soglie della scadenza della raccolta punti, sono stato chiamato a scegliere tra un ventaglio di gratificanti soluzioni che ricompensassero la mia teutonica fedeltà alla causa, nonché le decine e decine di euro di investimenti mensili da me erogati per il funzionamento del mio personalissmo parla-parla wireless. Potevo scegliere tra: 1) tre mesi di convenientissima tariffa voce + sms + mms + cgil, cisl, uil 2) un periodo similare di agevolazioni alla navigazione internet 3) due biglietti omaggio per andare a vedere giocare la mia squadra del cuore 4) tramutare i miei punti in un simbolico contributo di 30 euri mensili per 12 mesi in grado di pagare gli studi a due infanti di non ricordo bene quale martoriato paese dell'Africa. Ora, considerando che 1) per uno degli infiniti corollari della legge di Murphy, anche il più accanito chiacchierone e vergatore di messaggini quando riceve un bonus per parlare e scrivere aggratis vede calare drasticamente, e non si capisce mai per quale ignota ragione, la propria pulsione a comunicare per tutta la durata della validità del bonus 2) c'ho il blackberry, ergo, l'Internette figo ce l'ho già 3) costringere me stesso, ed un'ignota vittima scelta a caso tra le mie conoscenze, a sorbirsi 90 minuti consecutivi della Juventus di quest'anno è stato annoverato dal Tribunale dell'Aja tra i Crimini contro l'Umanità, va da se' che abbia scelto la quarta opzione.

E qui però sorgono amletici interrogativi. Cioè, dico io. Ho aiutato due bambini a pagarsi la scuola elementare per un anno. Ok, facile e indolore, è bastato un clik e una falsa rinuncia a qualcosa di cui, sinceramente, non avrei saputo che farmi. Due bambini idealmente rappresentati da un'idilliaca foto di bambini neri sorridenti e a piedi scalzi. Due bambini che esistono nella mia testa come quella che l'Abbagnano avrebbe definito "Idea platonica del bambino povero dell'Africa". Due bambini che, fossero nati a Milano, avrebbero pututo anche diventare interisti. Due bambini che, se l'anno prossimo mi mettono tra i premi in catalogo la spada laser di Obi Wan Kenobi, dovranno dire addio alle loro fottutissime sovvenzioni scolastiche. Due bambini che, ammesso e non concesso che riescano a finire la scuola elementare e, siamo generosi, persino la media, non avranno più uno straccio di nessuno che gli paghi il liceo o l'istituto tecnico perché nel frattempo saranno passati dall'essere simpatici bimbi negretti sorridenti a meno simpatici adulti negroni molto meno sorridenti, dei quali, è risaputo, se non finiscono a giocare nel Chelsea, a noi occidentali sostanzialmente non ce ne frega più una mazza.

Wow, sono meglio di Madre Teresa di Calcutta.

venerdì 5 febbraio 2010

Zeru respunsabilità


Temevo sarebbe accaduto, e infatti è accaduto. Ma dai, suvvia, chi voglio prendere in giro? Non temevo proprio un bel nulla. Lo sapevo, punto e basta. Ne ero matematicamente certo. Diciamo piuttosto che in un angolo recondito del mio animo cinico, disilluso e calcolatore balugina(va) ancora la favilla di un ormai ingiustificato idealismo, che mi aveva fatto sperare (sciocco sperare, dal momento che chi vive sperando sappiamo tutti come muore...) che per lo meno la dignità avrebbe finito con l'avere la meglio.

Non dico la morale, la legge, i princìpi, i valori. L'onestà? Figuriamoci. Tantomeno il buonsenso. Dio ce ne scampi e gamberi, quello è in vacanza da tempo, ormai, ma quel genere di vacanza che esordisce sempre con la frase: «Tesoro, esco a comprare le sigarette». Però, caspita, almeno la dignità. In un mondo che ormai mercifica tutto e tutti con un clic, basta solo che si trovi un accordo sul prezzo, credevo (rettifico: speravo) esistesse ancora almeno un baluardo di candida intangibilità. Qualcosa di talmente granitico e intoccabile da comportarsi di fronte al mercimonio coatto così come una cerata da pescatore sotto la pioggia sferzante del più sferzante tra i monsoni. Insomma, mi era pur sempre stato insegnato da qualche parte che, quando tutto finisce, soldi, amori, affetti, amicizie, contatti, pensieri, parole, opere e omissioni, financo parentele, resta solo più quella a distinguere l'essere umano da qualsivoglia altra forma di vita basata sul carbonio e deambulante sulla più acquosa tra le biglie danzanti del Sistema Solare.

Credevo, ma invece. Invece ha vito ancora l'ipocrisia. Non tanto quella forcaiola, che tutto sommato è figlia di una sana indignazione nipote, a sua volta, del senso di dignità di cui poc'anzi. No, l'ipocrisia buonista, pelosa e untuosamente interessata del perdono ecumenico sempre e comunque. Non serve che mi dilunghi sul tema di tanta indignazione personale, la foto parla da se'. L'argomento, esso pure, è di comune sentire, e nel caso non lo fosse esorto il perplesso e il disinformato a levarsi le fette di porchetta di Ariccia di davanti gli offesi bulbi oculari. Idem dai padiglioni auricolari eventualmente ottusi di succedaneo sebaceo strutto.

Ciò che mi urta non è il personaggio, che ritengo (-evo) degnissimo di stima e rispetto. Si badi bene, il personaggio, non la persona. Non è nemmeno il gesto in se', che costui non è stato il primo a compiere e, ahi, lasso, or è stagion di doler tanto, non sarà nemmeno l'ultimo a perpetrare. E' il sistema, becero, ignorante e falso moralista, che gli ha permesso di sgusciare con qualche sguardo accattivante (di cui pare essere fucina) e qualche citazione acuta a metà tra un peto di Oscar Wilde e i melensi strali in carta velina dei Baci, per ribaltare l'immagine del colpevole in quella del redento, e senza nemmeno pagare pegno.

Al tempo, al tempo, gente: non sto affatto dicendo che ritengo debba essere messo a grattare a mani nude il rame da una miniera cilena, con l'ausilio del minimo sindacale di nerbate sulla schiena. Lo penso, ma non l'ho detto. Ma da qui ad essere trasformato prima in figliol prodigo e poi in eroe nazionalpopolare nell'arco di appena 48 ore, e senza, ribadisco, aver nemmeno dovuto sciorinare la benché minima prova di avvenuta redenzione, beh, ne passa a sufficienza da ormeggiarci un transatlantico. Di traverso e in retromarcia, per giunta.

Se nel mondo della tivvì, nauseante allegoria della "White Rabbit Mansion", funziona così, mi tange quanto la marca dello smacchiatore usato dalla governante di George Clooney per rimuovere le macchie di rossetto dai colletti delle di lui camicie da sera. Nella vita vera NON accade così, le regole sono altre. Non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e, buon Dio aiutami tu, non è nemmeno lo stesso sport. E tanto basta.

Nella vita reale, quella vissuta giorno dopo giorno da millanta e millanta miseri, insignificanti e puzzoni mortali come chi vi scrive (no, a dire il vero chi vi scrive non è né misero, né insignificante né mortali. Lo dice solo perché voi possiate illudervi di essere al suo livello e traiate un illusorio appagamento per le vostre miserabili esistenze), le cose girano diversamente.

Tralasciamo il fatto che non a tutti gli ex (ammesso che ex lo sia poi sul serio, visto che per diventarlo occorrono tempistiche ben più lunghe di un piano americano durante un talk-show) tossicodipendenti è concesso dal fato di risciacquarsi le pudenda nientepopodimeno che alla taumaturgica e inesauribile polla della Fonte di Stato. Concentriamoci invece sul fatto che, qui, sul pianeta terra, chi sbaglia paga. E paga caro. Nella vita reale non accade che una colpa sia meno grave solo perché comune a tanti. E non si ha nemmeno la fortuna di essere difeso a spada tratta da reggimenti corazzati di sedicenti intellettuali e/o opinion maker dispostissimi a perdonare qualunque errore, ma proprio qualunque, non investa direttamente il proprio orticello dietro casa. Per la cronaca, si badi bene, il fatto che l'errore è in questione non sfiori nemmeno per scherzo le natiche del generoso sepolcro imbiancato di turno è un requisito fondamentale, giacché questa tipologia di filantropo pronto ad emendare a destra e a manca con sorriso serafico e buddhesco è la stessa che pretenderebbe di veder immantinente dondolare appeso ad un nodo scorsoio il responsabile della riga trovata sulla scocca del motorino.
Insomma: se sei qualcuno, just do it. Altrimenti, caro Signor Nessuno, non ti resta che ingoiare il rospo e consolarti borbottando come una vecchia zitella sulla malasorte di non essere nell'Olimpo degli Eterni Intoccabili.