venerdì 17 agosto 2012

Regno Unito contro Assange. Ovvero: come trasformare un ladro di polli in un martire


Il peggior errore che si possa fare quando si combatte una battaglia è trasformare il proprio nemico in un martire. Perché a quel punto non importa più quale siano le ragioni del conflitto, la posta in gioco, gli interessi da difendere, la legittimità di chi attacca. Contro un martire non si può mai vincere. Anche spuntandola, è sempre una vittoria di Pirro: se tutto va bene, si finisce come minimo rovinati.

Ecco perché la battaglia politico-diplomatica della Gran Bretagna contro Julian Assange e i suoi numi tutelari ecuadoregni è da considerarsi un totale fallimento sotto tutti i punti di vista, e qualunque saranno gli esiti finali di questo estenuante (quanto inutile) braccio di ferro. Londra è riuscita persino a far peggio di quanto non abbia fatto Roma per il caso dei due fucilieri del battaglione San Marco sequestrati dalle autorità indiane. E ci voleva del bello e del buono per fare peggio di una diplomazia prona ai dettami dell’avversario, incapace di far valere le proprie ragioni sotto qualunque profilo, e talmente pusillanime da preferire il sacrificio stillicida di due militari ad una non ben definita ragion di stato.

Julian Assange è diventato un martire senza nemmeno essere mai stato un eroe. E non ha fatto certo tutto da solo, anzi. Lui ci ha messo l’idea, e la capacità di saper sfruttare l’onda lunga del fenomeno Anonymous, delle ipotesi di complotto, del web come “tana liberatutti”. Ha solleticato la pancia della gente, anche di quella che di per sé non avrebbe mai creduto ai complotti, ma che trova più consolante crogiolarsi nelle teorie più strampalate piuttosto che affrontare l’orrore (quello sì davvero pauroso) della realtà. Ha costruito, di fatto, un impero mediatico fondato sullo spionaggio e sulla delazione, spiattellando cablogrammi privi di rilievo e spacciandoli per notizie, rivelando i rumor dei diplomatici alla stregua di un tabloid scandalistico, imbarazzando i governi e le diplomazie internazionali, e talvolta mettendo a serio repentaglio non solo operazioni importanti come la lotta al terrorismo internazionale o all’integralismo islamico, ma anche la sicurezza e l’incolumità di migliaia di uomini e donne impegnati sul campo. Assange non ci ha detto nulla che non potessimo già sapere attraverso i canali dell’informazione cosiddetta “ufficiale”, se non informazioni di così infimo rilievo che non rendono certo un mistero il motivo per cui i canali ufficiali le avevano ignorate. E, come se non bastasse, non ha avuto il benché minimo riguardo per le sue fonti riservate, non esitando a scaricarle senza troppo complimenti non appena le cose hanno cominciato a mettersi male, come nel caso del soldato americano Bradley Manning, una delle poche fonti “succose” di Assange, finito davanti alla corte marziale dopo aver rivelato esposto al mondo intero, nemici compresi, le vite di migliaia di suoi commilitoni.

Ma per riuscire a fare di un ciarlatano un eroe, e di qui un martire, serviva solo l’ottusità dei suoi nemici. E di questa, ahinoi, ce n’è stata a bizzeffe. A cominciare dai mezzi di informazione e dal loro peccato d’orgoglio: con la vista annebbiata dall’improvvisa notorietà di Assange, i giornalisti hanno completamente dimenticato il lavoro di tanti onorabilissimi colleghi che hanno trascorso la propria esistenza andando sul serio a caccia di notizie e sono corsi dietro al Pifferaio di Townsville dando eco a qualunque sua esternazione. Dopo di loro sono venuti i governi, troppo indispettiti e impanicati dal fatto che qualcuno fosse andato a rovistare nella loro spazzatura per prendersi la briga di verificare che cosa quel qualcuno avesse effettivamente pescato.

E, si sa, quando si va nel panico, complice forse anche una notevole coda di paglia, si commettono errori madornali. Come quello di perseguitare un soggetto come Assange non per le sue colpe, ovvero quelle di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale, il diritto alla difesa e gli interessi economici di più d’un paese, ma per qualche assurdo cavillo montato ad arte in malo modo, come l’improbabile accusa di stupro in Svezia, una teoria che fa acqua più di un colabrodo. Un parallelismo, anche se un po’ stiracchiato, si potrebbe fare con il caso delle Pussy Riot in Russia: nessuno, salvo forse qualche sedicente intellettuale in cerca di visibilità, si sarebbe mai schierato con una manica di sciacquette pseudofemministe che fanno irruzione in una chiesa per abbaiare qualche “vaffa” a tempo di musica. Ma se le stesse sciampiste di cui sopra vengono sbattute in galera alla stregua dei terroristi ceceni, allora diventa facile scatenare l’indignazione nazionalpopolare. Adesso che la frittata è fatta, non resta che incrociare le dita sperando che i danni siano i più limitati possibili. Alla Gran Bretagna, invece, non resta nemmeno questa speranza, ma solo la più clamorosa figura barbina della storia contemporanea.

Comunque vada a finire, il Regno Unito passerà per lo zimbello delle diplomazie mondiali. Facendo irruzione nella sede diplomatica di Quito a Londra per prelevare Assange, infatti, gli inglesi si abbasseranno agli occhi del mondo alla stregua di uno stato canaglia. Non facendolo, e limitandosi ad abbaiare davanti al portone di quell’appartamento 3B in Hans Crescent 3, verranno ricordati come gli scalcagnati eredi dell’impero vittoriano, che ieri dominavano il mondo e oggi non riescono a farsi consegnare un ladro di polli da una nazione sudamericana con un sesto della loro popolazione, ed un ventesimo del loro Pil.

Nessun commento: