domenica 28 ottobre 2007

Khaos, i' vorrei che tu e Louis e io...


Un'antica leggenda indiana vorrebbe che le tigri, una volta assaggiata la carne umana, non ne bramino (bràmino, non bramìno... cioè, vabbè che parliamo di India, ma non facciamo confusione) più di altro tipo, e dunque per saziarsi vadano solo più in caccia d'uomini.

Dev'essere più o meno quello che è accaduto al sottoscritto quando due post or sono ha cominciato a dare addosso ai minus habentes. Era partito tutto come uno scherzo, poco più che un esperimento. Un esercizio stilistico, se vogliamo. Ora è diventata una droga. Sembra infatti io non riesca proprio più a farne a meno. Non solo, ma non resisto dal dare addosso ai deficienti nemmeno quando sono in casa d'altri. O, per meglio dire, nei blog degli altri, visto che trattasi sempre di tenzoni internettiane.

E' proprio ciò che è capitato con un tal Khaos, ignoto buontempone che si diletta a scrivere battute trite e ritrite e giochi di parole insulsi su un blog che io amo. Crede evidentemente di essere il simpa della cumpa, in realtà non fa altro che vandalizzare un tempio del web al quale bisognerebbe invece accostarsi con religioso rispetto. Per esempio in ginocchio, dopo essersi levati le scarpe. Avendogli io dunque fatto presente senza frappor troppo indugio che la sua furia iconoclasta non doveva più aver a che fare con quei luoghi pii, egli, credendo di annichilirmi sotto una carica di simpatia e sagacia, mi rispose così:

Pautasio, ti ho deluso! Oh me tapino, vediamo se ti piace l'aretino. "Luca Pautasso della vita non capì mai un casso, e fu perchè Pautasso Luca se la prese sempre in buca"*

Ahi ahi. Grosso errore. Non solo per il fatto che le battute idiote e i giochi di parole che fanno cadere le braccia sono il MIO FEUDO, cazzarola, e chi mi conosce lo sa. Ma anche perché il fellone di turno qui osa lanciarmi il guanto della sfida su una lizza nella quale il sottoscritto vanta innumerevoli e gloriose vittorie: la poesia goliardica. Urge pertanto una punizione esemplare.

Ecco dunque qual'è stata la mia risposta, tra l'altro partorita in tre minuti netti, a fronte dei (presumo fortemente) quarantacinque che sono occorsi a suo tempo al Khaos per, nell'ordine:
1) giungere alla conclusione che è ben difficile per chi è semianalfabeta trovare un termine in grado di fare rima con il cognome Pautasso
2) ripiegare dunque su una bislacca licenza poetica

A Khaos:

O mio buon Khaos che in rima favelli,

con metrica e stile sì elementare,

per dimostrar che fo i versi più belli

in endecasillabo ti mando a cagare.


Leggo i tuoi lazzi e già sto petando,

traballano i frizzi, e le rime tue,

nom e cognom puerilmente storpiando,

saprebbe comporle financo un bel bue.


Ti credi umorista come Luttazzi,

o ludolinguista al par di Bergonzo,

ma a leggerti bene già cagano i cazzi.

Tu non sei poeta, sei solo uno stronzo


Da te mi congedo, alfine felice,

di averti impartito sonora sconfitta:

al par tuo favellano anche le pice,

io invece ferisco in metrica invitta.


Ordunque rimembra, pivello, chi sfidi

prima di muovere in rima un assalto:

perché se tu prima bel bel te la ridi,

io dopo qui giungo e repente ti asfalto!


Pautasio di Mileto (firma vezzosa, va bene, ma concedetemela)

Dolce stil novo rulez, a parte la costruzione che non è ABBA ABBA CDE EDC. E giuro che sarei riuscito anche a fare di meglio, se non avessi avuto il tormento costante delle emorroidi.
Best regards

Ps: Ancora una volta devo dire grazie a Louis per avermi fornito la materia prima. Credo proprio che se lui non ci fosse, e con lui la sua innata capacità di attrarre sul suo blog mentecatti a frotte come mosche sul miele, il mondo sarebbe di sicuro un posto più vuoto, più freddo e più buio. Quindi respect, bro'.


Ah, se vi interessa, la disfida originale e le Khaotiche battute del menga potete trovarle qui.

martedì 23 ottobre 2007

Wlady picio e picio chi non lo scrive

Il blog come arena, tra ludi di sangue, sudore e morte


"A pensare male si commette peccato, però in compenso si aumentano le visite al proprio blog e i commenti sui post" diceva un noto politico italiano, conosciuto anche per altri celebri aforismi quale ad esempio "Il potere logora chi non ce l'ha. Guardate infatti Pautasio com'è bello pasciuto".

Tutto questo per tentare, prendendola assai alla larga, di spiegare come sia stato possibile che un post tutto sommato non brillantissimo e nemmeno originale come questo, sia schizzato nel giro di una sola giornata a oltre i 50, calientissimi commenti, e non si sia ancora fermato. Quando post decisamente più interessanti sono caduti ben presto nel dimenticatoio o, in alternativa, hanno necessitato magari di settimane per riuscire a sfondare il muro dei 10 commenti.

Il mondo anela crudeltà, prevaricazione e sopraffazione, e si pasce ovunque questa si manifesti nella sua forma più palese. Ecco dunque che un blog, metafora internettiana della piazza dal paese vista dalla finestra di casa (nel mio caso, la piazza di un piccolo borgo di campagna vista da un'abbaino con i vetri sporchi e le persiane abbassate) si anima quando il tema del contendere si fa più aspro, e il più forte attacca e annichilisce il più debole.

Perché di questo si è trattato. Ho preso due minus habentes della rete a caso, li ho messi alla berlina, ho suscitato un putiferio e ho lasciato che alla fine della tenzone la folla inferocita ne facesse scempio sull'acciottolato. "Preferite Gesù o Barabba?" E il popolo di Gerusalemme ha salomonicamente votato per il linciaggio di entrambi. Questo voleva, questo bramava segretamente da chissà quanto tempo, e su questo si è famelicamente gettata non appena ha annusato di averlo a portata di ganasce.

Bene. Lungi da me il voler criticare questo comportamento, anzi: mi è di sprone per continuare, a ripetermi, in futuro. Non ora, non domani, e forse nemmeno tra una settimana, perché il "già visto" annoia, il troppo stroppia, e tanto va la gatta all'oste che ci lascia il fa per tre. Però tornerà a succedere. Scoverò qualcuno (anzi, per la verità l'ho già scovato... gli serve, pardon, le serve solo un compagno di martirio) e lo darò in pasto alle belve qui nella mia piccola metafora della piazza del paese, tanto simile ad un'arena nel giorno dei Ludi.

Ut quisquem vicerit occidat

Minus Habens Freak Show


Per la serie "Sui blog c'è proprio spazio per tutti", siamo lieti di presentare al gentile pubblico pagante due incredibili fenomeni da baraccone finora mai comparsi su questo illustre palcoscenico: Quello Disinistra che ascolta Vasco e la Vegana.

Venghino siòrri, venghino ad ammirare le acrobatiche violenze perpetrate ai danni dell'italico idioma e del comune senso del pudore (nel senso che se ne avessero uno anche loro eviterebbero a priori di scrivere). Venghino ad osservare le evoluzioni di una cultura feticcia sventolata dietro un turbinio di luoghi comuni, idiozie malcelate, leggende metropolitane e profonda carenza intellettuale. Vengino ad osservare come non solo la mamma dei cretini è prolificissima, ma anche come il baratro del delirio mentale non ha fondo.

Cominciamo con l'introdurre le performances del primo artista, il rivoluzionario delle battaglie perse che sogna di essere Che Guevara ma ha lo spessore politico del rappresentante di istituto che al liceo cercava di convincerci a fare autogestione "perchè nel bagno delle ragazze non ci sono gli specchi". Pregasi il gentile pubblico di notare lo spessore culturale che si cela dietro la ripetitività dei post concentrati su tre argomenti principali: l'essere Disinistra in ogni maniera fisicamente consentita in un universo a tre dimensioni, Vasco Rossi e Alex Del Piero. Egli e colui il quale: "Vasco è il più grande cantante italiano perché testi come "Eeeee", "Uuuuu", e "Iiiiii" sono impagabili"; "La riforma della scuola è sbagliata perché me lo ha detto mia mamma che insegna ginnastica in una scuola differenziale"; "Perché Alex ha voluto chiamare suo figlio Tobias? Merlotus sarebbe stato molto più bello".

Seguirà l'esibizione della Vegana convinta, il "Malleus Bisteccarum", la paladina non richiesta dei quadrupedi, quella che: "Sono vegetariana di Settimo Dan, non mangio nulla che proietti ombra"; "Non mangio lo yoghurt perché sarebbe genocidio di fermenti lattici"; "Il tonno sì, lo mangio, ma perché è una scatoletta"; "Il Mc Donalds c'ha le mucche senza testa nel retrobottega, le affetta vive e ne fa Big Mac. Me l'ha detto mio cugggino"; "No alla sperimentazione dei medicinali sugli animali: preferisco morire di colera e lebbra tra atroci tormenti piuttosto di far starnutire il prozio di Hamtaro". "Bere latte fa venire l'osteoporosi alle mucche. E poi noi vegani, se abbiamo bisogno di calcio, compriamo i pacchetti di Sky"; "Ho fatto diventare vegetariano il mio cane: ora è verde, perde i peli e rantola di continuo, ma gli voglio bene lo stesso perché sono animalista"; oppure, la chicca tra le chicche "Quando c'hai le tue cose non usare assorbenti igienici usa e getta che danneggiano l'ambiente (oppure i Tampax, ché poi ti lasciano il filino di fuori e sembri la marionetta che muove le braccia quando tiri la cordicella)! Fa' come me: infilati un ergonomico vaso corinzio di caucciù nella bernarda, lavabile e riutilizzabile anche per la maionese, e aspetta che passi la marea".

Buona visione. Si ricorda a tutti gli spettatori che il sacchetto per il vomito è sotto la poltroncina.

Si ringrassia sentitamente Alessandro e Louis per averci permesso di imbastire lo spetàcolo, presentandoci rispettivamente l'uno e l'altro straordinario artista

venerdì 19 ottobre 2007

Nero è bello, ma scemo. Elementare, Watson...


Secondo lo scopritore della struttura del Dna, lo scienziato e premio Nobel nel 1962 per la medicina, James Watson, 79 anni, i neri africani sono meno intelligenti dei bianchi occidentali. E se consideriamo che 79 anni sono l'età giusta per dedicarsi all'hobby dell'Alzheimer, direi che l'affermazione non dovrebbe suscitare tutto lo scalpore che invece ha sconvolto la comunità scientifica mondiale, e non solo quella.
Ma torniamo alle, a dir poco, curiose affermazioni del nostro caro Watson: egli, così riportano i giornali, si dice alquanto pessimista «Per le prospettive del continente africano, dal momento che tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia pari alla nostra, mentre tutti i test lo smentiscono». Già, è ovvio: a che serve mandare sveglie per aiutare l'Africa a scandire il tempo del rilancio economico-sociale, se poi laggiù se le legano tutti al collo come fossero monili? Non fa una grinza.
Ma l'assistente di Sherlock fa di più, e concede alla parte più abbronzata del genere umano una speranza di salvezza. Che gentile. Egli ha infatti previsto che, entro i prossimi dieci anni, giorno più giorno meno, verranno scoperti i geni responsabili di tale diversità, così magari si troverà una cura. Meno male. Altrimenti sai che iella avere un pisello lungo e non sapere che farsene?

Se a questo punto vi starete chiedendo come fa un premio Nobel a partorire certe stronzate di sì grosso calibro, significa che è giunto il momento di pensare a Dario Fo. Fatto? Ok, ora torniamo a noi.

Il Watson argomenta così, in maniera scientificamente ineccepibile, le sue affermazioni: «Non c’è un valido motivo per prevedere che le capacità intellettive delle persone divise geograficamente al momento della loro evoluzione si siano esplicate in maniera identica. Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità razionali come una sorta di patrimonio universale dell’umanità non è sufficiente per renderlo reale». Uhm... certo, se lo dice lui. Infatti, a rigor di logica, non basta affermare che Gigi D'Alessio sia un cantante, perchè questi impari effettivamente a cantare.
Ma il caro Watson, in passato, aveva già partorito altre simpaticissime perle sulla falsariga delle dichiarazioni di cui sopra. Gli argomenti? I poi disparati. Dalla politica, alla sessualità e, ovviamente, alla razza, intesa non come pesce piatto con la coda lunga e puntuta.

Ecco qualche esempio:

- nel 1997 affermò che una donna avrebbe dovuto avere il diritto di abortire se dalle analisi fosse emersa l’omosessualità del suo bambino. Ecco, qui non mi è chiaro come si faccia a capire. Cioè, ci sono bambini che ballano Wmca durante l'ecografia?

- in seguito ipotizzò un collegamento tra colore della pelle e tendenze sessuali, sostenendo che le persone di colore avrebbero una libido più accentuata rispetto ai bianchi. Ah, adesso si chiama "libido più accentuata"? Le meraviglie del politically correct...

- infine, last but not least, dulcis in fundo, affermò che la bellezza umana potrebbe essere geneticamente manipolata: «la gente pensa che sarebbe orribile se facessimo tutte le ragazze belle, io credo invece che sarebbe meraviglioso». Beh, dai, effettivamente su quest'ultima affermazione c'è ben poco da obiettare....

domenica 14 ottobre 2007

Baron Litron



Drinta 'd Turin, soldà e sgnor,

Prinsi e marchèis, son 'n dolor:

tute le dame, tuti ij baron

pioro la mòrt 'd baron Litron.

Sua Maestà, quand l'han contaje:

"Baron Litron l'é vnù malavi"

ciama per Coni so carossé,

baron Litron cor a trové.

A la Madòna, quand l'é rivà,

prima d'antré drinta 'n sità:

son-o baodette, sparo canon

për arlegré baron Litron.

Sua Maestà, quand l'é stàit là,

"Baron Litron, coma la va?",

"Sta maladìa a fa morì,

j'é pa speransa 'd podèj guarì…".

Sua Maestà straca del viage:

"Baron Litron, fate corage;

la Lea d'Angel improvisà

baron Litron, 't arcòrde pa?

Deuve guarì da cost tò mal,

mi 't fasso sùbit prim general"

"J'é pa ni re, ni general,

dnans a la mòrt gnente ch'a val"

"Ch'a costa pura qualonque dné,

baron Litron, mi 't veuj salvé"

"L'òr e l'argent, chi veule spende,

dnans a la mòrt valo pa gnente"

"Ma disme 'n pòch, baron Litron,

veusto pa meuire da bon cristian?

It batezerìa, 'l vësco 'd Turin

mi vnirìa fete cò da parin".

"Ringrassio tant Vòstra Corona,

diso na còsa, che Dio 'n përdon-a:

fede 'd barbèt, costum d'alman,

peusso nen meuire da bon cristian!"

"Ma vorìa fete d'onor ben gròss,

'n monument a Sant'Ambreus".

"Costa sità, che mi l'hai salvà,

e tante volte scandalisà.

Veuj pa ch'a 'm buta na lustra eterna

l'é mèj sotreme ant la Val Luserna…"

Con ij barbèt là 'm sotraran,

e là 'l me cheur s'arposerà tan…"

Baron Litron l'é spirà adess,

tiro 'l fià longh tuti ij Fransèis…

Baron Litron a l'é spirà,

le fomne pioro, pioro ij soldà

Son-o le ciòche, tron-o ij canon,

a l'é spiraje Baron Litron!

Baron Litron a l'é spirà,

pioroma tuti, grand e masnà.


Ël Baron Litron (so nòm vèir a l'era Karl Sigmund Friedrich Wilhelm von Leutrum) a l'era nassù ant ël castel ëd Karlshausen, ant ël Baden, ij 27 ëd giugn dël 1692, fieul dël baron Federich Cristòfo Leutrum, gran magìster dij bòsch da cassa dël duca ëd Württemberg, e dla baronëssa Ana Giulian-a Gemmingen-Bürg. A l'era frel pì cit ëd Carl Magn Leutrum. Baron Litron a l'é rivà an Piemont dël 1707. Dòp un pòch ëd gavëtta ant l'esèrcit dij Savòja a ven nominà goernator ëd Coni. Ant ël 1744 ij fransèis (pòchi ani prima ëd serché dë pijé Turin, quand a son stàit fërmà an sla Assieta), a serco dë pijé Coni. Ma Baron Litron a resist për 40 dì, fin che a-i rivo ëd rinfòrs da Turin. Ij 21 d'otóber 1745 a bat l'esèrcit dël marëssal Mirepoix a Ceva. A meuir a Coni ij 16 ëd maj dël 1755 e a l'é stàit sotrà ant la cesa valdèisa dël Ciabass, davzin a Luserna. Na vira che a l'é vnùit famos a l'han scrivuje na bela balada che a l'é peuj ëvnùita famosa ëdcò chila

C'è qualcosa là fuori...

sabato 13 ottobre 2007

iPod: attraverso lo specchio

Per andarsene via veleggiando verso mondi lontani e sconosciuti dove tutto è o sembra migliore non serve mollare tutto e scomparire con l'aiuto di quelle particolari agenzia di viaggi che, in cambio di qualche decina di migliaio di euro, ti assicurano una sistemazione a prova di "Chi l'ha visto?". Non serve neanche andare a tirare la giacchetta allo spacciatore sotto casa: a parte l'effimericità dell'effetto trip, nonché i prezzi esorbitanti, indegni di una società che vorrebbe chiamarsi civile, infatti, c'è poi la grana della dipendenza. Non è d'aiuto nemmeno affidarsi a fantasie da mondo di fiaba o di fantascienza, con bacchette magiche e macchine del tempo in grado di portarti un po' dappertutto.
In fondo basta un semplice iPod. Uè, tranquilli, non è che adesso compare la scritta "Messaggio Promozionale" in sovraimpressione. Ho scritto iPod, ok, ma in realtà va bene qualsiasi lettore mp3, compresi quelli coreani sottomarca, che funzionano a pedali e contengono più di tre canzoni soltanto a patto che almeno una sia un evergreen di Toto Cutugno (è un po' come quando si definisce "Nutella" un po' tutte le creme spalmabili che abbiano anche solo una vaga attinenza col cacao, perché ad esempio l'hanno visto in cartolina. Lo so, è scorretto, ma è una scorrettezza di uso comune). Il senso della riflessione, infatti, non cambia se il marchio dell'oggettino che si porta appeso ai padiglioni auricolari è uno piuttosto che un altro.
Invece di sborsare ogni mese mezzo stipendio al proprio maghrebino di fiducia, basta una spesa una tantum per guadagrarsi il proprio piccolo angolo di "altrove". Già, perché mica crederete ancora alla palla che i lettori mp3 servano ad ascoltare musica. Per quello c'è già lo stereo di casa, che basta e avanza; o l'autoradio, per quando si passa tanto tempo in auto, o ancora le casse del Pc, per quando se ne passa troppo in ufficio. Portarsi dietro costantemente due o trecento brani da ascoltare ogniqualvolta non si ha null'altro da fare, invece, non è affatto indice di smisurata melomania, ma soltanto un fortissimo desiderio di fuga. Un desiderio che in parte avevano già soddisfatto i walkman mangiacassette e, successivamente, i lettori cd portatili. Solo che lì l'effetto era di breve durata, una ventina di brani al massimo, e anche ad ascoltarli in loop dopo un po' arrivava la sensazione di sorbire minestra riscaldata.
Invece l'iPod, o qualsivoglia lettore mp3 portatile, ha finalmente permesso di compiere il grande passo verso l'alienazione totale e definitiva. Non ne siete convinti? Dai, pensateci bene. La maggior parte delle volte che si accende un lettore mp3 non lo si fa per "ascoltare" musica. La si "sente", ok, ma il fine è tutt'altro: far passare il tempo, di solito interminabile, che intercorre tra la pensilina di partenza e quella di arrivo mentre siete in autobus, o tra stazione e stazione se siete in treno. Far pesare meno i 5 chilometri di corsa giornaliera che vi siete imposti a settembre per farvi trovare pronti alla prova costume dell'anno successivo. Concedersi un "divertissement" dalla grigia ruotine dell'urbe quando la si attraversa sul caval di san Francesco. O riuscire meglio a fingere interesse per una conferenza indigesta o una lezione noiosa.
Ed è esclusivamente per questo fine, solitamente, che si cerca di farcire la propria playlist con brani che siano i più numerosi e svariati possibili, in modo da avere un tema per ogni emozione, un sottofondo per ogni stato d'animo, una colonna sonora per ogni situazione. Un po' come le siglette personalizzate che Peter Griffin aveva chiesto al Genio della Lampada perché lo accompagnassero allegramente per tutta la giornata. Se poi ci mettiamo di mezzo anche la magia dell'opzione "shuffle", (che, per i profani, non è un particolare timballo riscaldato di musica perché non ha l'accento finale, ma è la sequanza casuale dei brani), che consente di passare con un click da "Memole dolce Memole" cantato da Cristina D'Avena a "Snakes" dei Six Feet Under, allora il gioco è fatto.
Io ho un iPod Nano da 8 giga, il che in buona sostanza vuol dire che ci posso far star dentro anche i bagagli per le vacanze. Lo ascolto dappertutto: in camera, al cesso, in auto (facendo finta di avere l'auricolare del telefonino quando incrocio una pattuglia di Rangers), in ascensore, ma soprattutto quando cammino per strada. In moto no, perché lì le orecchie mi servono per captare l'arrivo degli autisti di Tir romeni in cerca di una nuova tacca da incidere sul cruscotto del loro Scania di quarta mano. E se vi sembro un tossicodipendente per questo mio bizzarro attaccamento, sappiate che c'è chi riesce a fare di peggio, ascoltando il suo lettore anche durante una conversazione. Roba che ti viene da pensare che, cioè, Diosanto, o ascolti me o i Gem Boy. Scegli, perdindirinDio! Tanto parliamo entrambi sempre e solo di gnocca.
Il mio personale biglietto per l'infinito contiene soprattutto Elio e De Andrè, Gaber, ma anche Cochi e Renato, i Trelilu, i Gem Boy, 5o Cent, i Farinei dla Brigna, Tony Tammaro, i Children of Bodom, Elvis, gli Aerosmith, Cristina D'Avena, Tatanka, i Deep Purple, Francesco Salvi, Caparezza, i Queen, il Trio Lescano, Mika, Simone Cristicchi, Frankie Hi Nrg, Vasco Rossi (pochi ma buoni), i Gufi, Eminem, una raccolta di classici intramontabili '60-'70'-80 e discotecume vario da festa delle medie, nonché innumerevoli colonne sonore da "Le Iene" a "Titanic", passando per "Ogni cosa è illuminata" e "Il Gladiatore". Posso andare ovunque, e ci vado spesso e volentieri. Raramente mi soffermo ascoltare davvero il ritmo, ancor più raramente mi soffermo sulle parole, chemagari ho ascoltato tante di quelle volte da essere in grado di ripetere a menadito, ma che non mi sono mai preoccupato di capire cosa volessero dire. Io VADO, e basta.
Ps Più osservo l'immagine di apertura di questo post e più sono convinto che sia molto meglio l'iPod Nano

martedì 9 ottobre 2007

Cameriere, un caffè


Ah, che bello 'o cafè. Già. Quanto aveva ragione la buonanima di Faber... Mica per niente era un genio.

Il caffè... Per alcuni è un'abitudine, per altri addirittura un rito. Per me è soltanto qualcosa a cui non si può rinunciare. E' parte integrante della giornata, cribbio. E' il grano salis di tutto un dì, poffarbacco. Se non c'è, se manca, tutto comincia a girare male, perdindirindiofà. Per questo le disavventure che capitano quando c'è di mezzo il caffè sono le peggiori. Merda, piscia, figa e vaffanculo.
Giovedì sera, poco prima delle 21. Sto bighellonando in piazza Solferino, in attesa che arrivi l'ora del réndez-vous per la festa di compleanno di una mia carissima amica. Buoni, è già fidanzata, quindi non vi agitate. Cosa faccio nell'attesa? Di ascoltare l'I-pod non se ne parla, perchè quando ascolto l'I-pod io inevitabilmente comincio a canticchiare, o a ridere, o a ballonzolare prima su un piede e poi sull'altro, o a invocare attraverso monosillabi gutturali divinità ctonie di dubbia origine etnologica e dalle ignote fattezze e attribuzioni sovrannaturali, a seconda del brano. Insomma, roba che farla in pubblico è cosa sconveniente per un gentleman della mia schiatta. Un po' come mettersi le dita nel naso. Tutte insieme, intendo. Perchè una alla volta invece è pratica accettata presso molte corti europee. (Appunto personale: siccome di smettere di dire cazzate non se ne parla, ricordarsi almeno di scrivere un post sull'alienazione da I-pod. Domani, ad esempio, andrà benissimo, ché non c'ho un piffero da fare). Beh, dicevo, che si fa nell'attesa? Si va a prendere un caffè, ovvio.

L'insegna luminosa di una giganterrima caffetteria sembra proprio fare al caso mio. Mi ci fiondo come Gianni Boncompagni nelle mutande di una sedicenne aspirante soubrette, o come Cristiano Malgioglio in un raduno di rugbisti centrafricani (Oddìo...cos'è questa puzza? Ah, sì, dev'essere la querela...niente di grave). In testa ho solo una cosa. Subito dietro la patata, intendo. Un bell'espresso. 85 centesimi ben spesi, e con il resto di un euro da infilare nel dindarolo (sto risparmiando per il cambio di sesso. Lo voglio più lungo). Solo che c'è un problema. L'antro luminoso e ospitale in cui mi sono inoltrato è una di quelle caffetterie "american style" nelle quali l'elenco delle tipologie di caffè disponibile è pari al casellario giudiziario di Bernardo Provenzano e del Mostro di Rostov messi insieme. Vi ricordate la famosa frase pronunciata da Tom Hanks in "C'è posta per te", allo Starbucks? Diceva pressappoco così: "Tanti tipi di caffè tra cui scegliere servono a dare l'impressione anche ai piciu di saper prendere una decisione importante". Ora, sono sicurissimo sul termine "piciu", ma non so se le altre espressioni siano proprio le stesse usate da Tom Hanks. Ad ogni buon conto, avrete afferrato il concetto. Siccome dunque anche io sono piciu, voglio darmi l'impressione di essere un tipo volitivo. Quindi metto da parte l'idea dell'espresso e ripiego sul caffè americano. Errore. Straerrore erroroso, anzicheno. La prima regola del buon viaggiatore dice infatti: mangia il cibo tipico del posto in cui ti trovi. Il suo corollario recita: non mangiare il cibo tipico di un posto se ti trovi in un altro. E difatti ecco abbattersi repente sul mio stolto collo la scure della Nemesi: invece di un caffè americano filtrato nel percolator, come ogni buon film con i poliziotti cattivi e gli avvocati che non si fanno la barba insegna a fare, mi viene servito un caffè doppio in tazza grande, che dovrò poi allungare a mio piacere con dell'acqua scaldata servitami a parte, in un contenitore metallico. Tradotto in italiano: il risciacquo ripetuto dei miei fettoni nel bidet, allungato magari con estratto di tarzanello, sarebbe stata vera e propria ambrosia al confronto di quel caffè.

Ripeto mentalmente il Grande Libro delle Bestemmie della Tradizione Ugro-Finnica, ma anche questo mantra, di solito così efficace nei momenti di più profondo sconforto, non si dimostra utile a togliermi dall'ambascia in cui mi sono cacciato con le mie stesse mani. E anche l'odore di quel prezioso nettare così malamente stuprato mi riporta a piè pari alla realtà, come uno staffile calcato sul deretano con veemenza. Bevo, schifato nel profondo, quell'infame brodazza, dopodichè pago ostentando un sorriso di circostanza che somiglia in maniera inquietante ad una paresi facciale, e mi allontano nella notte. E al bar successivo ordino un espresso.

martedì 2 ottobre 2007

E' morto un blogger


Oddìo, è successo. Tabagista1986 ha disabilitato i commenti ai suoi post. Questo significa una sola cosa: la sua vita di blogger è terminata, perchè ha scelto l'ascesi e la luminosa spiritualità della blogstar rininciando alla opaca materialità terrena del confronto costante con il pianeta terra. Poverino.

Già me lo vedo, d'ora in avanti. Il prossimo passo sarà quello di postare solo articoli belli ma lunghissimi, e solo una volta ogni morte di papa. Poi si iscriverà a lettere e farà passare come una cosa fighissima e da geniacci il fatto di laurearsi a 47 anni quando si hanno solo 19 esami da passare, come ha fatto Chinaski. Oppure non posterà mai più, come Arkangel, che non si sa se sia morta o cosa, ma così facendo intriga ancora di più i visitatori che si chiedono "Ma ha smesso di postare perhè era troppo gnocca? Chissà se linkandola al mio blog dimmerda un giorno me la darà, o per lo meno me la farà annusare...". Oppure ci manderà tutti affanculo dalla piazza centrale di Coccomaro sul Prepuzio, partendo da lì per insidiare il trono mediatico di Beppe Grillo. Chissà.

Chissà che cosa lo ha spinto al trapasso. sarà che ha cominciato a scrivere per l'Umidità, e ora è troppo "in alto" per noantri, o sarà che tutti lo amano e lo venerano ormai come profeta. Esr, sì, un po'.

Sembra però sia il destino inevitabile di tutti i blogger che cominciano ad avere un pochino di frequentazioni e contatti, e si stufano quindi di dover perdere tempo a leggere i commenti degli altri. Perchè tanto ormai c'è anche Dio in persona che lascia i suoi commenti, però lui telefona...

Dai, raccogliamoci tutti in un minuto di silenzio per questa grande anima che non c'è più e ci ha lasciato per salire al cielo. E niente salve di peti.

Farmacista tu, farmacia di turno...


Giorni addietro stavo amabilmente chiacchierando con un tal Marco da Pescara, di professione amministratore delegato di una catena di farmacie. Alla notizia di quale fosse il suo mestiere, ho strabuzzato tanto d'occhi, perché non credevo esistesse una simile figura professionale. E dire che col lavoro che faccio io, ovvero la mignotta per iscritto, come in molti la definiscono, ne so davvero qualcosa di questo genere di faccende.
Tant'è. Al mio stupore sono seguite le ovvie domande di chiarimento. Al che lui mi ha spiegato che con la progressiva, e magari anche un po' garibaldina, liberalizzazione del settore farmaceutico (thank you, Cpt Bersani!), le grandi multinazionali del farmaco, ma non solo loro hanno avuto la grande idea di allargare il business su un nuovo settore: non si limitano cioè soltanto più a fabbricare le supposte e i cachet da venderti con o senza prescrizione medica, ché tanto è uguale, ma diventano esse stesse proprietarie delle farmacie. Ta-daaa... Dal produttore al consumatore, come all'agriturismo. "Cascina Lasonil". Suona anche bene.
Ad ogni buon conto... E' una mossa che in Italia stanno già facendo. Anche se ancora in via sperimentale, ha già un discreto successo: per ora si sono mossi nomi come la Bayer, quelle delle aspirine, e la Allianz, gruppo bancario e assicurativo, che già stanno mettendo su qualche catenuccia a Milano (così almeno mi ha detto lui, io chiedo conferma). Presto dovrebbero arrivare anche a Torino, se già non hanno cominciato.
Allora che cosa ha pensato di fare il giovane e intraprendente Marco, che ha il babbo farmacista proprietario della farmacia più antica e rinomata in quel di Pescara? Ha messo su una sorta di holding tra varie farmacie, una società, per meglio dire, che raggruppa le 5-6 più grandi della provincia abruzzese e dintorni. "In questo modo - mi ha spiegato - quando una delle multinazionali arriverà anche qui e tenterà di scalzarci dal mercato, avremo due possibilità: 1) vendere tutte le farmacie alla multinazionale ad un prezzo decisamente alto, tale da sistemaci tutti quanti, e poi chi ha ancora voglia di fare il farmacista lavora lì dentro da dipendente e con lauto sipendio. 2) se la multinazionale non accetta subito, fare "cartello" per costringerla, se vuol reggere la concorrenza, a vendere sottocosto per un certo periodo quel tanto che basta a farle gettare la spugna e accettare le nostre condizioni di resa (ovvero quelle di cui al punto 1, NdP)".
E fin qui, tanto di cappello, perchè ho capito finalmente che lavoro fa ma soprattutto per la strategia commerciale che è riuscito ad escogitare. Ma se poi penso che quei negozi lì non vendono computer, auto, case o vestiti, ma medicine, e che quindi tutte queste strategie girano quanto più ci imbottiamo di schifezze, beh... mi vengono i brividi al pertugio del posteriore. E non tanto per adesso, quando in farmacia ci troviamo ancora il nostro sorridente farmacista amico da una vita, a cui raccontiamo proprio tutto e che sa tutto di noi e della nostra anamnesi, e di quella della nostra famiglia da almeno tre generazioni, ma per dopo, quando entrare in farmacia sembrerà di andare al Blockbuster o al Carrefour