mercoledì 25 luglio 2007

Dante perduto, ovvero la filologia "fai da te"


Durante una delle mie consuete ricerche bibliografiche su e giù per lo Stivale, mi sono imbattuto in un preziosissimo frammento spurio, ma di firma chiaramente attribuibile al sommo poeta Dante Alighieri, che ha commosso sino alle lacrime il mio animo di letterato, comprensibilmente sensibile a qualsivoglia espressione artistica specie quelle d'alto sentire. Lo riporto qui in calce, in modo che esso possa gettare qualche manciata di luce nelle vostre menti ottenebrate dal giogo dell'ignoranza e schiave dell'approssimazione culturale che inusitatamente permea la modernità. Di seguito, mi sono premurato di accessoriare questi scarni versi di un accurato commento analitico, anche al fine di colmare la terribile lacuna rappresentata dalla mancanza dei motti conclusivi della poesia, forse andati perduti a causa della consunzione della pergamena sulla quale erano stati vergati (ho avuto infatti modo di rilevare numerose tracce d'unto sul recto del folio, attribuibili molto probabilmente ad una delle merende a base di pizza con le olive e chinotto, con le quali i glossatori amanuensi tardo-quattrocenteschi erano soliti ristorarsi dalle fatiche della copiatura, senza peraltro allontanarsi mai dal desco sul quale lavoravano alacremente giorno e notte). Vi invito dunque a godervi tali versi di sì pregevole fattura.

"Sotto il ponte di Baracca
c'è Pierin che fa la cacca
fa la cacca dura dura
il dottore la misura
la misura trentatrè
uno, due, tre (...)"


Il primo grande dilemma con cui mi sono dovuto confrontare è stato il dare un'identità precisa al "ponte di Baracca" citato nel primo verso.

Il fatto che una simile difficoltà mi si sia presentata sotto i dotti occhi già nelle prime righe è chiaro indice di quanto il frammento sia ermetico e di difficile accesso, per lo meno ad un lettore poco accorto.

Escluso sin da subito, per ragioni prettamente anagrafiche, che potesse trattarsi di un riferimento alla protesi dentaria del celeberrimo aviatore italiano, eroe della Grande Guerra, ho dovuto intraprendere altra via ermeneutica. Vieppiù considerando il fatto che ben difficilmente sotto un'arcata dentale avrebbe potuto svolgersi la curiosa vicenda che fa seguito a cotanto misterioso esordio. Sono giunto quindi alla conclusione che tale proemio debba considerarsi un richiamo al bucolico ponticello che consentiva l'accesso alla magione del poeta Guido Cavalcanti, amico fraterno dell'Alighieri, e da esso affettuosamente vezzeggiato con il titolo di "Baracca" per via del giocoso scherno con il quale Dante era solito fingere di voler sminuire, chiaramente a scopo di celia, la produzione letteraria dell'amico, che in verità, come tutti ben sappiamo, ammirava moltissimo. Che si tratti senza dubbio della casetta del Cavalcanti ce lo testimoniano le numerose raffigurazioni della di lui abitazione riportate sulle più prestigiose pubblicazioni storico-letterarie nonché su tutte le confezioni delle merende del Mulino Bianco.

Il Poeta c'informa quindi che sotto detto ponte, che alfine abbiamo riconosciuto e identificato, "c'è Pierin che fa la cacca". Anche lo studentello digiuno de' classici vi legge più chiaro del sole il rimando a Piero della Francesca e alla sua fliazione artistica (Il voler rilevare ora qui che il celeberrimo pittore non sia stato affatto coevo a Dante, bensì vivente e operante quasi un secolo dopo la sua morte, e che quindi di conseguenza ogni riferimento dantesco a Piero Della Francesca non avrebbe alcun senso per qualsiasi soggetto sano di mente, sarebbe gesto estremamente scortese e privo di tatto nei miei confronti, vista la profusione d'impegno e immane fatica con la quale mi sono cimentato in questo studio). Come più d'un testo di critica letteraria fedelmente riporta, Piero della Francesca era solito ricercare luoghi ameni per esternare il suo genio artistico, e che proprio uno di questi l'aveva lui trovato all'ombra del grazioso ponticello che abbiamo poc'anzi descritto. Questa pratica, che assai poco urtava il Cavalcanti, proprietario della magione, era invece causa di gravi scompensi all'Alighieri, il quale nutriva invece per il pittore una vera e propria idiosincrasia artistica. Ecco altresì spiegato senza necessità di ulteriori approfondimenti il perchè l'atto pittorico del Della Francesca venga poeticamente tradotto in versi da Dante con la perifrasi "fa la cacca". Un giro di parole ripetuto quasi con ostentazione di ridondanza nel verso immediatamente successivo, nel quale si pone anche l'accento sulla difficoltà interpretativa che, secondo l'Alighieri, un osservatore doveva affrontare accostandosi al lavoro del pittore (la "cacca", infatti, è "dura dura", superlativo assoluto quantomai eloquente). E la scena dell'ermeneutica è proprio quella che anima il rigo seguente, dove un dotto, il "dottore" per l'appunto, si appresta a misurare, ovverosia a valutare, a studiare, ad analizzare, a conoscere l'opera appena prodotta da Piero Della Francesca sotto il ponte. La considerazione finale è un'altra sottolineatura, ingenerosa e, oserei dire, addirittura quasi atroce, del profondo disprezzo di Dante: il critico, infatti, finisce dopo attenta analisi col valutare il dipinto solamente trentatrè miserrimi scudi d'argento. E qui ci troviamo dinanzi ad una citazione biblica volutamente mascherata, ma non troppo, al fine di appassionare fino al midollo il lettore più acculturato. Trenta erano stati infatti gli scudi con cui secondo i quattro Evangeli il discepolo traditore Giuda Iscariota aveva venduto Nostro Signore al Sinedrio, e trentatrè sono quelli con cui, secondo l'opinione di Dante, il "traditore delle belle arti" Piero della Francesca è costretto a "svendere" un tesoro così nobile e sacro come la pittura, che sotto il suo pennello diventa invece feccia e residuo di sentina.

Veniamo dunque al verso finale, ovverosia quello spurio. Esso ha rappresentato la difficoltà più grande della mia di già immane fatica ermeneutica. Più di una volta, lo confesso, la mia forza di volontà di dotto letterato ha pericolosamente vacillato di fronte all'arduità della prova. Ammesso e non concesso che la lingua italiana contempli un termine come "arduità" che, confesso, ho battuto sulla tastiera del mio portatile assolutamente a casaccio. Ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci...

Solo la consapevolezza dell'alto compito di cui mi ero fatto carico nell'accingermi a riportare alla luce un così fulgido esempio di magistrale letteratura mi ha infuso il rigore necessario a farmi concludere ciò che avevo, forse con eccessivo slancio, iniziato. E tanta costanza è stata alla fine giustamente premiata con la più generosa delle ricompense: ho fatto mio il bandolo della matassa. Ritengo senza tema di smentita che lo sviluppo completo del verso così mozzato possa trovarsi solamente nella sentenza: "Uno, due, tre, stella!". Cristallino segno che il poeta, uomo ligio e misurato nei costumi, doveva aver alfine compreso che il tempo dei ludi era finito, e che occorreva affrettarsi verso occupazioni più sane e costruttive. Cosa che farò anche io.

3 commenti:

Alessandro ha detto...

Hai dimenticato il richiamo al canto dell'inferno contenente "ei avea del cul fatto trombetta", chiaramente richiamato dalla cacca...

P.s. Non è che puoi dare liberamente di testa solo perché hanno chiuso i manicomi, mi sa che hai bisogno di un buon psichiatra, possibilmente illetterato, per compensare le tue velleità letterarie...

khaos ha detto...

"Sotto il ponte di Baracca
c'è Pierin che fa la cacca
fa la cacca dura dura
il dottore la misura
la misura trentatrè
uno, due, tre (...)"

Esimio Professor Pautasio,
la poesia che segue è una versione breve e simile a quella da Lei citata. Viene usata in altre parti d'Italia, in particolare nel meridione. Ho pensato che Ella avrebbe gradito.

"Sotto il ponte di Baracca
c'è Mimì che fa la cacca
la fa rossa, gialla e blu
a pulire ci vai tu."

Mimì e non Pierin. Non tratta della consistenza ma del colore della cacca ed è interessante, perchè si deduce che la bambina ha mangiato pomodori, peperoni gialli e persino prugne californiane. Da ciò ne consegue che la nostra Mimì ha fatto una sciolta, una roba allo stato liquido. Quest'attacco diarreico è in contrapposizione a quanto così generosamente deposto dal Pierin, che evidentemente soffre di stitichezza e al quale consiglio le prugnette della California.
La conservi per i Suoi studi. Qualcuno, malizioso, penserà che sono studi di cacca. Ma lei ignori e segua il Dante: Non ti curar di loro ma guarda e passa e attento a non pestarla.

Pautasio ha detto...

E' un estremo piacere imbattersi in un pregiato filologo della sua levatura, egregio dottor professor Khaos. Desidero pertanto ardentemente ricompensarla con altri pregevolissimi versi, sperando che continui a seguire i mii studi ancora a lungo, e altrettanto a lungo prosegua la nostra proficua collaborazione intellettuale:

"Chi col dito il cul si netta
poi in bocca se lo metta
e così avrà pulito
con il cul, anche il suo dito"

A lei le considerazioni in merito e gli approfondimenti del caso che riterrà opportuni. Del resto "Ubi maior, minor al cesso".