domenica 3 febbraio 2008

L'assalto


L'aria è quella fredda e tetra di un pomeriggio invernale. Piove. Le casacche verdi delle schiere che ondeggiano in masse disordinate in attesa della pugna sembrano pesare più dell'acciaio sotto la spinta dell'acqua che le intride. Le rosse brache, tutte uguali come i giachi di tela, sono già imbrattate del fango del campo di battaglia. Solo le insegne, candide, sormontate da un nero corvo, sembrano le uniche a risplendere ancora, sui vessilli come negli incitamenti scanditi da un estremo all'altro del campo.
La fanteria affonda nella melma fino alla caviglia, è fradicia di intemperie, infreddolita, già stanca delle lunghe marce e delle fatiche del giorno precedente. Qualcuno porta addosso i segni di altre mille battaglie, qualcun altro si trova gettato per la prima volta in quell'agone. Ma l'armata si è addestrata da un anno an questa impresa, si sente invitta e invincibile, e anche il più giovane tra le reclute non cambierebbe per nulla al mondo il suo posto sulla prima linea dello schieramento.

Noi ci siamo. Senza indossare la stessa uniforme, senza avere in cuore lo stesso ideale, senza bramare la stessa vittoria. Male armati e peggio addestrati di chi ci sta accanto. Ma è l'odore dellla lotta che ci ha richiamati lì, che lì ci trattiene, ci incatena, ci avvince. E ci motiva come, e forse più di ciascuno degli altri.

La piazza è stretta, angusta, con i muri delle antiche case patrizie che incombono su di essa da ogni lato. E' una piccola piazza di una città medievale come tante, ma che oggi è diversa dalle altre. Perché oggi ci sarà battaglia. Fino a che non ci sarà più nulla da scagliare, o nulla da colpire. Fino a che il rombo sinistro dell'ultimo carro nemico non si sarà disperso in lontananza.

Incoraggiarsi l'un l'altro, distribuire le armi, prendere posto, litigare al commilitone il posto più avanti nello schieramento. C'è un ordine quasi meticoloso nel caos che predede lo scontro. E poi vedere finalmente all'orizzonte, che si avvicina. Lui, loro, il nemico.

Sui carri, catafratti dai pesanti elmi bruniti, alcuni coi cimieri già fradici e appesantiti dal rosso tributo di precedenti lotte. Laggiù, lontano, in altre piazze, contro altri fanti. Loro sono il nemico. Grandi, enormi, terribili, imprendibili dietro le loro postierle mobili. Una dopo l'altra, le immense e minacciose macchine da guerra si avvicinano, trainate da giganteschi bretoni dalla lunga criniera che sembrano sputare fuoco anzichè fiato dalle froge, sospinte da mille voci, urla, bestemmie, incitamenti, imprecazioni. I destrieri scalpitano, ma non più di quanto non abbiano già fatto fino a quel momento i fanti che li attendevano.

Una dopo l'altra, le lignee testuggini degli invasori sfondano le fragili difese sul ponte, soltanto pallida avvisaglia di quello che li attenderàpochi metri più avanti. Irrompono nella piazza e lì, finalmente, danno battaglia. Le fanterie partono all'assalto, si lanciano all'attacco delle murate che le sovrastano anche di due volte, scagliando contro gli occupanti i loro strali, i dardi che in perfette e letali traiettorie fendono il bianco del cielo con bagliori che paiono di fuoco. Sono attimi, ma che paiono eterni. Il fragore della lotta è insostenibile.

Poi tutto cessa, così com'era iniziato. Una dopo l'altra, inesorabilmente, le macchine fuggono, inseguite ancora dai più agguerriti, che le bersagliano con le armi rimaste a terra dagli assalti precedenti. Fino all'arrivo del prossimo carro.

Si combatte fino al tramonto. Il vermiglio umore lasciato dal passaggio dell'armi nemiche si confonde col vermiglio lasciato sul nemico dalle proprie. Il fiato è corto, il braccio dolente, la vista annebbiata. E' stata vittoria, oppure si è dovuto soccombere? Non conta. Ciò che conta, per tutti, è che c'è stata battaglia.




Che bello il carnevale di Ivrea!


3 commenti:

Alessandro ha detto...

A tratti sembrava la cronaca di una battaglia medioevale o di una rievocazione storica con gruppi di scherma medioevale... Non l'ho mai tesatato il carnevale di ivrea e il tiro al bersaglio con le arance... È una esperienza che mi manca...

ilallà ha detto...

Io OOOOOOOOODIO il carnevale!!!!

Se poi si gioca a farsi vicendevolmente bernoccoli in testa usando le arance come fossero coriandoli, lo odio ancora di più.

Felice carnevale a tutti.

Pautasio ha detto...

Ne parla male chi non ci è mai stato, o chi c'è stato e non ha saputo VIVERE oltre che limitarsi a guardare...